le stime di confindustria moda per smi

Menswear italiano: nel 2020 bruciati quasi 2 miliardi di ricavi

Dalla pesante impasse che ha travolto tutti i settori economici nel 2020 non si salva, come prevedibile, la moda maschile.

In occasione del lancio di Pitti Uomo 99 - sulla piattaforma Pitti Connect a partire da domani e, compatibilmente con l'evolversi della pandemia, in versione anche fisica dal 21 al 23 febbraio a Firenze -, il Centro Studi di Confindustria Moda rende note le stime sull'annus horribilis appena concluso, basandosi sulle indicazioni provenienti da indagini campionarie interne e sull'andamento congiunturale del quadro macroeconomico di riferimento.

Il menswear (accezione che comprende confezione, maglieria esterna, camiceria, cravatte e abbigliamento in pelle) dovrebbe archiviare i 12 mesi con una contrazione dei ricavi del 18,6%: da 10,1 miliardi si scende così a poco meno di 8,3 miliardi, con la produzione svolta in Italia, al netto della commercializzazione di prodotti importati, che scivola da 4,7 a quasi 3,8 miliardi (-18,9%) e i consumi finali in picchiata del 22,3%, da 6,2 a 4,8 miliardi.

Le esportazioni, per un settore che nel 2019 aveva concorso al 18,1% della filiera tessile-moda e al 28% dell'abbigliamento, si riducono del 16,7%, passando da 7 a circa 5,9 miliardi, mentre le importazioni flettono del 17,9%, da 4,6 a 3,8 miliardi. L'incidenza dell'export sul fatturato settoriale viene valutata intorno al 70,8%.

Per l'attivo commerciale del comparto si prevede una riduzione di 345 milioni di euro rispetto al consuntivo dello scorso anno. Il surplus dovrebbe scendere a poco più di 2 miliardi.

Analizzando nello specifico il commercio con l'estero nel periodo gennaio-settembre, dai dati Istat a oggi disponibili emerge che, dopo un primo trimestre in calo del 6% per quanto riguarda le esportazioni e del 7,4% nelle importazioni, nel cumulato a sei mesi la situazione peggiora drasticamente, con un -25,3% nell'export e un -22,4% nell'import.

Breve boccata d'ossigeno nel periodo estivo, con un -3,8% da luglio a settembre per le esportazioni e un -14,6% per le importazioni, ma c'è da scommettere che con i lockdown successivi si sia rientrati nel tunnel.

Complessivamente, nei nove mesi l'export di menswear italiano incassa un -17,3%, totalizzando 4,6 miliardi di euro, ossia un miliardo in meno sull'analogo periodo del 2019. L'import scende a 3,5 miliardi (-19,4%). Il saldo commerciale supera di poco gli 1,1 miliardi, lasciando sul campo 129 milioni.

Dal punto di vista geografico, solo la Corea tiene (+1,9%). Per il resto è tutto un de profundis, con l'Ue a -14,5% (-18,2% in termini di import) e le piazze extra Ue che si piegano a un -19,2%, con un -20,1% di import.

I primi due mercati di sbocco per il made in Italy maschile restano Svizzera (hub logistico per molti operatori di moda e lusso) e Germania, che contengono il decremento sui nove mesi rispettivamente al -6,2% e al -9,2%. Per Regno Unito, Usa e Spagna si parla minimo di un -20%. La Francia si limita a un -12,8% e il Belgio a un -10,8%, ma l'Austria fa i conti con un -22,2%.

Nel Far East l'export di menswear italiano arretra del 10,4%, con un -17,2% della Cina e un -31,2% di Hong Kong.

Tra i mercati di approvvigionamento la Repubblica Popolare è il top supplier, con un'incidenza del 16,2%, ma flette del 21% su base annua, così come il Bangladesh, in seconda posizione, mostra un -19,9%. 

Terzo fornitore è la Francia (-10,7%). A seguire Romania (-19,1%), Spagna (-18%) e Tunisia (-22,3%).

Sempre da gennaio a settembre, e tornando all'export, la confezione si contrae del 18,2%, la maglieria del 14%, camiceria e abbigliamento in pelle rispettivamente del 21,5% e del 18,5% e le cravatte addirittura quasi del 40%.

Alla voce import si assiste al -18,5% di confezione e maglieria, al circa -26% di camiceria e abbigliamento in pelle e al -36,2% delle cravatte.

Infine, uno sguardo all'Italia, dove nel 2020 la spesa destinata alla moda maschile è verosimilmente calata del 22,3%, da 6,2 a 4,8 miliardi di euro, con una punta del -37,5% nel primo semestre.

I dati consuntivi di mercato riguardano però la stagione FW 19/20, ovvero i mesi immediatamente precedenti allo scoppio della pandemia nel nostro Paese. Già allora, secondo Sita Ricerca per conto di Smi, si evidenziava per il tessile-abbigliamento un trend negativo sia a valore (-2,6%), sia a volume (-1,3%), con l'uomo a -3,5%: nel precedente autunno-inverno era andata comunque peggio per questo comparto (-5,3%).

Le spine nel fianco per il menswear erano soprattutto la confezione (-4,2% a valore, ma con un 54,9% del sell out), l'abbigliamento in pelle (-6,8%) e le cravatte (-9,2%). Più dinamiche la maglieria esterna (-2%) e la camiceria (-2,9%).

Tra i canali distributivi, bene le catene/franchising (+5,3%, con una quota di mercato del 42,8% a valore) e l'e-commerce (+24,5%), la cui incidenza aveva raggiunto l'8,7% del totale. Sempre più ristretto, con una quota del 23,9%, lo spazio vitale del dettaglio indipendente, in regressione di oltre il 10%. Tempi duri anche per la gdo (-13,7%). 

"Stante l'attuale situazione di emergenza sanitaria in vaste aree del mondo - conclude il comunicato - si prevede un 2021 ancora tutto in salita per la moda maschile, che potrà comunque giovarsi dei mercati asiatici per ripartire".














a.b.
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