LE STIME DI SMI-SISTEMA MODA ITALIA

Tessile-abbigliamento in crescita double digit nel 2021, ma ancora sotto il 2019

Secondo le previsioni di Smi-Sistema Moda Italia, il tessile-abbigliamento italiano ha archiviato il 2021 con un fatturato di 52,9 miliardi di euro (+18,4% su base annua), guadagnando poco più di 8,2 miliardi rispetto al consuntivo 2020 ma restando ancora al di sotto del -5,4% rispetto al 2019, il che equivale a circa 3 miliardi di euro circa a valore.

In aumento del 18% le esportazioni, di poco superiori a 32,4 miliardi, con un +19,3% a monte della filiera e un +17,4% a valle. Il divario con l’anno pre-pandemia in questo caso è di -1,3%, corrispondente a circa 422,5 milioni di euro.

Quasi stabile l’import (+0,2%, un dato che risente dell’assestamento dei flussi di mascherine dall’estero), mentre il saldo commerciale si porta da 5,8 miliardi nel 2020 a oltre 10,7 miliardi nel 2021, superando di 356 milioni il valore del 2019. Il saldo del tessile-abbigliamento incide per il 10,1% sul totale del surplus manifatturiero nazionale (prossimo ai 106 miliardi di euro).

A questi dati positivi fanno da contraltare quelli sul numero delle aziende e l’occupazione. Secondo le elaborazioni su dati di fonte camerale, le realtà del comparto sono previste in calo del 2% e i loro addetti del 2,1%. Si stima dunque per le imprese una chiusura di quasi 890 unità locali. Quanto agli occupati persi, ammonterebbero a oltre 7.860. Restano in piedi 43mila aziende e quasi 370.800 lavoratori.

Stringendo l’obbiettivo sul primo bimestre di quest’anno, si evidenzia per il tessile-abbigliamento un +15,9% di esportazioni, per un totale che si aggira sui 5,3 miliardi di euro, con una variazione del +27,7% per il tessile e del +11,2% per l’abbigliamento. Nello stesso periodo di due anni fa l’export era arretrato del 15,9% e l’import del 18,6%. Quest’ultimo nel gennaio-febbraio 2022 rimbalza del +21,5%.

Sia l’Ue che l’extra Ue sono interessate da un trend positivo: la prima avanza del 19,5% e la seconda del 12,4%. A guidare le esportazioni sono Francia e Germania, seguite dagli Usa (primo mercato non-Ue), che mettono a segno un +53,9% e si attestano a 372 milioni di euro. Va detto che nell’analogo bimestre 2021 gli States avevano ceduto il 31,9%, ossia circa 113 milioni di euro dai primi due mesi del 2020.

La Svizzera, hub logistico-commerciale per diverse griffe, cede il 6,8%: un segno meno che rispecchia il clima di incertezza a livello internazionale, ma anche scelte differenti relativamente alla supply chain e alle spedizioni di merci.

L’export diretto nel Regno Unito rialza la testa dopo un annus horribilis, archiviato in discesa di oltre l’11%, balzando del +19,6%.

In frenata rispettivamente dello 0,4% e del 7,8% i flussi del tessile-abbigliamento verso la Cina e Hong Kong. La Corea del Sud si conferma una sicurezza (+5,2%), al contrario il Giappone soffre (-9,5%). I dati contabilizzati sulla Russia non tengono ancora conto del conflitto in atto, iniziato il 24 febbraio: si evidenzia quindi per il primo bimestre una variazione del +2,3%, per una nazione che incide nell’ordine del 2,9% sul totale settoriale.

Non è solo la guerra tra Putin e l’Ucraina ad agitare gli animi. L’indice sintetico di Smi sul mese di aprile relativamente ai prezzi delle materie prime indica una crescita del 19,4% in euro rispetto allo stesso mese del 2021, con il cotone in aumento tendenziale dell’89,5% in valuta europea come certifica l’indice A di Cotton Outlook. Da notare che il prezzo del cotone Pima statunitense sale addirittura del +111,1% e quello del cotone asiatico del +80%.

In base all’indice Awex Eastern per le lane aprile ha segnato un +10,5% dei listini sull’analogo mese del 2021. Alla voce fibre sintetiche e artificiali, la dinamica su base annua è del +22,5% per le prime e del +13,2% per le seconde, sempre in euro. Sempre in aprile la seta greggia sulla piazza di Como ha sfiorato il +30% su base tendenziale.

Le crescenti quotazioni degli energetici, inoltre, impattano soprattutto sulla parte a monte di una filiera energy intensive. Solo per fare qualche esempio, in aprile il brent spot ha raggiunto i 97,89 euro al barile (+84,42%) e il gas naturale chiude il mese con un valore di 103,53 euro/MWh. Su base tendenziale il prezzo guadagna il +382,74%.

Smi ha infine messo a punto un’indagine sull’evoluzione congiunturale del tessile-abbigliamento nel primo e secondo trimestre 2022 e sull’impatto del conflitto russo-ucraino. Tra le informazioni salienti del gennaio-marzo un’ampia maggioranza di imprese a campione (83%) ha sperimentato una dinamica positiva delle vendite dal corrispondente periodo del 2021. Per il 6% la situazione è rimasta invariata e il restante 11% risente di cali di fatturato. La crescita media è stata del 22,7%, oltre le prospettive diffuse a febbraio, che si fermavano a un +16,6%.

Per il secondo quarter, quindi da aprile a giugno, il 73% degli imprenditori intervistati si aspetta un incremento dei ricavi, ma non vanno trascurati il 15% che si aspetta una stabilità e il 12% che paventa una flessione.

Quante realtà del campione analizzato da Smi esportano in Russia, Bielorussia e Ucraina? Poco meno della metà (41%). In linea con i dati Istat, il 78% del sotto-campione dice che il peso di questi Paesi è inferiore al 5% del giro d’affari aziendale e solo il 2% indica una percentuale compresa tra il 10% e il 20%. Per nessun intervistato l’export in questi territori supera il 50%.

Tuttavia, le ripercussioni della guerra si fanno sentire: il 77% del panel è in allarme per l’impennata dei costi di energia e gas, il 62% per i listini delle materie prime e il 44% per il rallentamento generalizzato della domanda estera. Il 21% teme annullamenti di ordini dai mercati coinvolti e un’analoga percentuale difficoltà di incasso e/o pagamenti, anche di tipo valutario. Il 17% crede che ci saranno difficoltà logistiche anche su rotte commerciali diverse da Russia e Ucraina e il 39% si aspetta una difficoltà di approvvigionamento delle materie prime.

a.b.
stats