linee guida sull'uso dei prodotti chimici nella moda

Camera Moda pubblica Le buone prassi di fabbricazione

Camera Nazionale della Moda ha pubblicato Le buone prassi di fabbricazione-Linee guida sull'uso dei prodotti chimici nelle filiere produttive della moda: un documento che rientra in un più articolato impegno di Cnmi, partito nel 2012 con il Manifesto per la sostenibilità della moda italiana e proseguito con altre iniziative ad ampio raggio.

Le buone prassi di fabbricazione è frutto della sinergia tra la Commissione Chemicals di Camera Moda, l'Associazione Tessile e Salute, Smi, Federchimica, Unic-Unione Nazionale Industria Conciaria e Quantis Italy (filiale italiana di un gruppo specializzato nella consulenza sulla sostenibilità), con il contributo di Ykk Italia e Cimac-Centro Italiano Materiali di Applicazione Calzaturiera.

«Un lavoro a più mani - ha commentato stamattina durante il webinar di presentazione Carlo Capasa, presidente di Cnmi - per un documento di filiera che ribadisce il valore del nostro Paese, percepito come quello che produce la moda più sostenibile».

«Dobbiamo usare la tecnologia attuale in positivo, fare cultura» ha proseguito Capasa, precisando che questa pubblicazione «non è solo attuativa ma educativa. Lo scopo è che tutte le aziende vadano verso l'azzeramento dell'impatto ambientale. Mai come oggi la priorità è rendere l'industria più sostenibile, ricostruendo in modo positivo tutto quello che possiamo ricostruire».

Marco Piu, direttore dell'Associazione Tessile e Salute, ha ribadito che «questo documento non è un semplice strumento di lavoro, ma sancisce anche gli obiettivi che la filiera si è posta per la sostenibilità, tra cui realizzare articoli amici della salute dei consumatori e stringere partnership fra tutti gli stakeholder. Il prodotto finale è solo l'ultimo anello di una catena complessa che usa molti prodotti chimici».

A nome di Quantis Italy ha parlato il direttore Simone Pedrazzini, ricordando l'importanza di gettare un ponte tra scienza e business, «per evitare il greenwashing, che a volte è volontario ma spesso non lo è». Necessaria, per Pedrazzini, una visione olistica, a 360 gradi, «per capire dove e come agire per fare la differenza. 
In questo periodo il tema della sostenibilità è stato un vero spartiacque: chi lo ha mantenuto come priorità e ci ha investito oggi inizia a proiettarsi nel futuro, giocando questa carta decisiva».

Andrea Crespi, direttore generale di Eurojersey nonché presidente del Comitato Sostenibilità di Smi-Sistema Moda Italia, ha affermato che «il monte della filiera ha un valore straordinario. Il processo focalizzato su un prodotto bello e ben fatto ma con meno risorse è già iniziato, ma il Covid lo ha accelerato. Chi era già su questa strada ora corre ancora più veloce, rimodulando i propri investimenti».

«La sostenibilità - ha concluso - deve essere misurata con strumenti appropriati, per poter avere una visione d'insieme ed eventualmente modificare i propri processi. Noi di Eurojersey abbiamo intrapreso questo cammino nel 2007 e ci troviamo oggi a uno stadio avanzato, grazie anche all'utilizzo della metodologia Pef, che misura con 16 indicatori il nostro impatto ambientale. L'imperativo è, per noi e non solo, prenderci cura del territorio in cui produciamo».

«Nella concia noi italiani non abbiamo eguali - ha sottolineato Alessandro Iliprandi, vicepresidente di Unic -. L'industria della pelle non può prescindere dalle produzioni italiane. Noi di Unic e le nostre aziende lavoriamo da tempo sulla sostenibilità e per questo ci siamo dotati di un report ambientale, già quando il tema non era così caldo».

Iliprandi ha citato un decreto governativo che ha fatto chiarezza sul termine ecopelle. «Una conquista - ha commentato - perché con usando genericamente questa definizione e applicandola anche a prodotti in plastica o materiali simili si creava grande confusione nel consumatore. In realtà l'unica vera ecopelle è la pelle che noi utilizziamo, che rimette in circolo scarti alimentari altrimenti da buttare. Un messaggio che deve arrivare alle nuove generazioni, attente all'ambiente».

L'ultima parola è spettata a Carlo Capasa, che si è riallacciato alla parte finale del documento, in cui si accenna all'economia circolare: «Un tema su cui Cnmi sta avviando un nuovo iter e un gruppo di lavoro dedicato, perché non si tratta di un fatto di settore, ma di un argomento di portata globale, un cambio di prospettiva. Facciamo parte della commissione Pef e partecipiamo attivamente a progetti incentrati sul tema, partendo da una certezza: ogni scarto è un valore».


a.b.
stats