LO SBLOCCO UNA SETTIMANA OLTRE IL PREVISTO

Negozi aperti dal 18 maggio: critici i retailer. «A rischio la tenuta della filiera»

Con il nuovo Dpcm del 26 aprile, firmato ieri in serata dal premier Giuseppe Conte, a partire dal 4 maggio si entra nella cosiddetta Fase 2, con un allentamento graduale e progressivo del lockdown cominciato lo scorso 11 marzo.

La vera boccata d'ossigeno per le attività produttive, compreso il tessile, sarà dal 4 maggio (con il via libera da oggi alle imprese orientate all'export, previa autorizzazione delle prefetture), ma i negozi per riaccendere i motori dovranno invece attendere fino a lunedì 18, una settimana più in là rispetto alla prima ipotesi dell'11 maggio.

Unica eccezione, com'è noto, i punti vendita dedicati all'abbigliamento infantile, i primi ad aver alzato le saracinesche, nella maggior parte delle Regioni, lo scorso 14 aprile.

Dopo settimane di fermo, con la merce immobile e intonsa nei magazzini - eccetto per chi è riuscito a fare cassa con l'online - la riapertura degli esercizi commerciali era attesa con trepidazione dai retailer, delusi ora per lo "slittamento" di questo appuntamento di un'altra settimana.

Renato Borghi, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio, parla di un «danno irreparabile», con «un prevedibile calo di consumi per il 2020 di oltre 15 miliardi di euro, che porterà almeno 17mila punti vendita ad arrendersi, con una perdita di occupazione di oltre 35mila persone».

«Le aziende del settore – spiega Borghi – hanno effettuato gli acquisti dei prodotti della stagione in corso circa otto mesi fa. Merce che avrebbe dovuto essere messa in vendita a partire da marzo. A oggi tutta la merce è ancora imballata in magazzino ed è destinata a rimanere in gran parte invenduta con il prolungamento dell'obbligo di chiusura. Nel frattempo i proprietari immobiliari e i fornitori esigeranno da parte nostra il rispetto delle obbligazioni assunte che non saremo, a causa della mancanza di liquidità, in condizione di onorare come in tempo di normalità. Si prefigura un pericolo per la tenuta della filiera e, da questo punto di vista, sollecitiamo Confindustria Moda a un'assunzione di responsabilità per condividere con il retail il rischio derivante dalla perdita di un'intera stagione, attraverso il diritto di reso».

Il numero uno di Federazione Moda Italia-Confcommercio definisce questa decisione come «inaspettata e inspiegabile», anche per il fatto che sia prevista «una data uguale per tutte le regioni quando invece sono molto diversi i dati epidemiologici di diffusione»: «Serve ripartire il prima possibile – conclude Borghi – non il 18 maggio. Delusi e preoccupati, chiediamo con forza al Governo di ritornare su questa decisione. Ora urgono liquidità vera attraverso contributi a fondo perduto, zero burocrazia e una moratoria fiscale e contributiva al 30 settembre».

Anche i diretti interessati sono contrari a un semaforo verde per lo shopping arrivato così tardivo e univoco da Nord a Sud: «Non sta a me giudicare, ma i tempi non li capisco – commenta Federico Giglio -. Ieri abbiamo avuto 22 nuovi casi in tutta la Sicilia. Perché questo obbligo per le regioni di riaprire tutte contemporaneamente?».

E poi, riguardo al rigido protocollo anti-contagio: «Siamo d'accordo sull'attenzione scrupolosa alla pulizia, a guanti, mascherine e gel disinfettante – prosegue – ma la sanificazione? Come si fa a sanificare una borsa in pelle o un maglione di cashmere ogni volta che vengono provati da qualche cliente? In vendita abbiamo migliaia di pezzi. Significa che un giorno tengo aperto il negozio e poi chiudo per avere il tempo di sanificare?».

L'imprenditore siciliano nel decreto vede molte incongruenze: «Le edicole sono aperte, i supermercati pure. Fino adesso sono stati disinfettati i giornali? Oppure i prodotti alimentari? Queste linee guida sono state fatte da chi non ha idea di come funziona il settore».

Silvia Bini rincara la dose: «La data del 18 maggio è follia pura. Tutti gli altri Paesi europei sono riusciti ad accorciare i tempi. L'Italia è stata la prima a chiudere e sarà l'ultima a riaprire, nonostante la medesima situazione sanitaria. Perché non ci siamo ispirati a loro?».

«Noi eravamo pronti con guanti, mascherine, gel igienizzanti e macchine per l'ozono per la disinfezione di locali e magazzini, accollandoci costi molto onerosi per garantire queste misure precauzionali – prosegue la buyer toscana -. Eppure dovremo aspettare ancora: questa stagione ormai è bruciata. In magazzino abbiamo migliaia di euro di merce che non vale più niente. Saremo costretti a fare i saldi. Chi tra i consumatori, in questo momento, sarà disposto a comprare a prezzo pieno, con l'online che promuove già adesso il 30% in meno?».

Oltre alle perdite immediate, Silvia Bini vede molti pericoli a più ampio spettro a causa dell'alterazione dei tempi canonici del settore, con ritardi certi nelle future consegne della stagione invernale e, a effetto domino, della successiva primavera-estate 2021: «Danni su danni – conclude -. A rischio è tutta la filiera».

a.t.
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