Per preservare l’artigianalità

Gli intrecci di Capaf mirano all’estero ma niente e-commerce

Oltrepassata da poco la soglia dei 70 anni di attività, la fiorentina Capaf ancora non finisce di stupire con midollino, vimini e rafia.

È una collezione intrisa di tradizione e saper fare italiano quella che viene presentata in questi giorni al White da Giuliano Bonechi, titolare dell’azienda, che con la stessa passione descrive le lavorazioni a crochet di un secchiello in rafia, il complesso intreccio del midollino mixato alla pelle di una borsa a mano e quello di un vimini «ritrovato in magazzino, ma che ormai in commercio non esiste più», impiegato per una preziosa una capsule collection.

Tutto è cominciato nel 1946, quando il padre Gino Bonechi, dopo un’esperienza presso una rinomata ditta fiorentina di pelletteria, decideva di mettersi in proprio e aprire la Creazioni Artigiane Pelletterie Artistiche Fiorentine (da cui l’acronimo Capaf).

Negli anni ’50 nasce l’idea di creare borse prendendo spunto dai tradizionali cestini del pane in vimini e da qui le evoluzioni proseguono e continuano con il figlio e la moglie Marina spaziando fra i materiali e le lavorazioni (nella foto, una proposta con la rafia lavorata a punto pelliccia). Con la seconda generazione arriva anche l’affermazione in mercati complessi come il Giappone e negli Stati Uniti.

Ora l’intenzione di un ulteriore sviluppo, ma senza puntare ai grandi volumi, impossibili se si vogliono mantenere gli alti livelli attuali di componente hand-made del loro prodotto.

Questa è anche la ragione per cui (almeno per ora) la famiglia Bonechi dice no all’e-commerce. Oltretutto il web non permette di apprezzare una produzione che, invece, «va toccata con mano».

Una scelta distributiva che, confermano i titolari di Capaf, è sempre più apprezzata e richiesta dai buyer.
e.f.
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