Si parte dagli Usa

Shein: anche per il big della fast fashion cinese è tempo di resale con Exchange

Anche il colosso della fast fashion cinese Shein si unisce alla schiera di quanti sposano il concetto di circolarità nel nome (non sempre a dire il vero onorato) di una moda più sostenibile. Il player cinese lancia Exchange, un programma di resale peer-to-peer solo online, e supportato da app, che facilita la vendita e l'acquisto di prodotti usati del marchio. Il programma pilota parte dagli Stati Uniti.

«L’obiettivo di Shein è rendere il resale facile e conveniente quanto l'acquisto di capi nuovi, innescando anche un movimento culturale di circolarità all'interno della nostra comunità», ha spiegato in una nota Adam Whinston, responsabile globale ESG di Shein.

Il player della fast fashion ha affermato che mira a promuovere il "consumo consapevole" tra i suoi clienti, estendendo la vita di quanti più articoli possibile con Shein Exchange.

Al momento, come si diceva, la nuova funzionalità è disponibile solo negli Stati Uniti, ma l’obiettivo è portarla in altri mercati dal prossimo anno.

Un passaggio obbligato, quello della circolarità, per una realtà come Shein, che ha bisogno di scrollarsi di dosso la nomea di produttore di capi usa e getta che vanno ad alimentare le discariche.

Già nell’ultimo anno ha gradualmente iniziato a realizzare iniziative in questa direzione, come il lancio dello Shein Cares Fund, un fondo per investire in organizzazioni no-profit e in iniziative sociali, di circolarità e di riciclo, o di EvoluShein, la sua prima collezione realizzata con poliestere riciclato da bottiglie di plastica Pet.

Progetti che hanno attirato le critiche del mercato, in quanto in contraddizione con il modello di business del retailer.

Con vendite globali che si avviano a superare i 30 miliardi di dollari quest'anno (nonostante gli analisti ne avessero previsti 20), Shein, si legge su wwd.com, è stata oggetto lo scorso anno di un rapporto dell'organizzazione non governativa Public Eye che aveva sollevato la denuncia di condizioni di lavoro avverse nella catena di approvvigionamento, comprese settimane lavorative di 75 ore in alcune delle sue fabbriche appaltate.

Inoltre i ricercatori hanno scoperto la prevalenza di PFA, o sostanze cosiddette “forever” polifluoroalchiliche nei capi della label, così come in quelli di altre label della fast fashion.

La società ha affrontato pubblicamente queste controversie, ma c’è ancora strada da fare. Proprio la scorsa settimana, la casa madre di Shein, Zoetop, ha ricevuto dallo stato di New York una multa di di 1,9 milioni di dollari per violazione dei dati e della sicurezza.

c.me.
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