Soluzioni alternative cercansi

La pandemia mette sotto pressione i designer indipendenti

Ritardi nella supply chain, ordini in calo, wholesaler intransigenti e stop allo shopping: il design indipendente è seria in difficoltà con il propagarsi del coronavirus.

«Abbiamo la merce pronta per la spedizione ma non il packaging», racconta al Financial Times Mr Smilovic, che produce gran parte dell’abbigliamento in Cina e si rifornisce dal Nord Italia per i tessuti. Ha un problema a ottenere la materia prima ma anche un accessorio tessile come la zip, di cui c’è scarsità d’offerta. «Un’intera fornitura può bloccarsi – spiga - solo perché non arriva una semplice cerniera da 80 centesimi. Probabilmente useremo molti bottoni per l’autunno, può essere che sia l'inizio di un nuovo trend».

In questo momento anche la maggior parte dei designer indipendenti, che hanno piccoli business e forniscono i department store, si trovano a far fronte a ritardi nelle forniture, ma anche a una crisi di liquidità e al calo dei consumi. Questo sta portando in primis a una revisione della supply chain e al tentativo di una riduzione dalla dipendenza dalla Cina.

«È una vera emergenza», dice Carlo Capasa, presidente di Camera Nazionale della Moda Italiana.

I marchi non ancora consolidati , i cui ricavi dipendono quasi esclusivamente da partner wholesale, si trovano ad affrontare un futuro incerto. Come emerge dal quotidiano britannico, molti dettaglianti siglano contratti, specie con i giovani stilisti o gli indipendenti, le cui collezioni sono viste come rischiose, che permettono loro di evitare il pagamento degli ordini se non arrivano nel giro di 30 giorni. Alcuni possono accettare le consegne, ma solo in conto merce o chiedendo sconti.

Questo crea un problema di liquidità, specie a quegli stilisti che hanno appena speso 80mila sterline e oltre per una sfilata e si trovano a dover pagare i produttori degli abiti della collezione pre-autunnale e delle proposte per l’autunno-inverno prossimo, portate sulle passerelle delle recenti fashion week. In più devono sostenere le spese per i campionari che hanno in programma di presentare in giugno.

«Alcune fabbriche sono preoccupate per le spese importanti dei designer legate alle sfilate e agli ordini in calo, perciò hanno alzato le cauzioni, maggiorate anche del 50%», spiega Stefano Martinetto, ceo della showroom Tomorrow London, che fornisce ai giovani designer anche servizi di advisory, investimento e manufacturing.

Rok Hwang della label Rokh (nella foto), che impiega 10 persone a Londra, dice: «Stiamo facendo il possibile per consegnare tutto in tempo. Le consegne per la primavera sono state rinviate di due o tre settimane per il ritardo dell’arrivo dei tessuti, delle borse in plastica e delle scatole dal Giappone. Se tutto si ferma è una questione seria. Come brand indipendente non abbiamo cifre enormi di capitali a disposizione».

Gli agenti, a loro volta, chiedono ai retailer di onorare i loro pagamenti. «Questa non dovrebbe essere un’occasione per i retailer di iniziare a scaricare sui distributori ciò che non possono controllare», afferma Gary Wassner, ceo della Hilldun di New York, che offre servizi di accounting e credito a 400 marchi della moda.

Wassner e Martinetto sono tra quelli che hanno chiesto ai department store di rimandare i saldi al primo luglio, mentre da anni la stagione degli sconti è sempre più anticipata, tanto che le collezioni primaverili a volte si trovano già in svendita ai primi di maggio. Inoltre li vogliono incoraggiare a porre rimedio ai ritardi nelle consegne, con l’inserimento di capsule collection di designer che producono in regioni non messe a dura prova dall’epidemia.

Ciò che preoccupa la fashion industry è anche l’impatto del virus sulla propensione al consumo e sui viaggi. Ci si chiede inoltre quanto tempo occorrerà per un ritorno alla normalità.

«I department store nostri clienti hanno subito un calo del traffico - osserva Jamie Gill, chief executive della label di Londra Roksanda -. Tutti si sono messi in pausa e anche i clienti del Medio Oriente qui a Londra non fanno shopping, ma si fanno mandare i capi a casa».

Un aspetto positivo di questa situazione è che alcuni stanno pensando di ridurre la dipendenza dalla Cina e ritornare a una produzione di prossimità. Wassner racconta di avere avuto contatti, recentemente, con una società di private equity, interessata a riportare in vita una manifattura di abbigliamento statunitense.

e.f.
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