Stime di confindustria moda per smi

Menswear dinamico nel 2021, ma sotto il 2019. Sul 2022 pesa l’incertezza

Il 2021 si è chiuso per il menswear, protagonista da domani 14 giugno di una nuova edizione di Pitti Uomo, con risultati superiori alle stime elaborate in occasione dell’edizione di gennaio del salone: secondo le anticipazioni del Centro Studi di Confindustria Moda per Smi, dopo il calo del 19,5% registrato nel 2020 la moda maschile italiana - intesa come aggregato di abbigliamento in tessuto, maglieria esterna, camiceria, cravatte e abbigliamento in pelle - ha archiviato lo scorso anno oltre i 9,4 miliardi di euro di fatturato (+15,2% su base annua), mentre a inizio 2022 si pronosticava un +11,9%.

I livelli del 2019 non sono stati tuttavia ancora recuperati: degli oltre 1,9 miliardi persi nell’anno più duro della pandemia resta ancora un gap di quasi 740 milioni (-7,3%), per cui il turnover 2021 risulta inferiore del 7,3% rispetto a quello pre-Covid, concorrendo al 18% del giro d’affari complessivo del tessile-abbigliamento italiano a livello nazionale e al 27% se si considera il solo abbigliamento.

Dinamico l’andamento del valore della produzione (variabile che stima il valore dell’attività produttiva svolta in Italia, al netto della commercializzazione di articoli importati), che mette a segno un +18,4%. Ma anche in questo caso il livello complessivo è inferiore a quello del 2019.  

L’export - che concorre al 70,6% del fatturato - avanza del 13,4%, superando i 6,6 miliardi di euro, anche se mancano ancora all’appello poco meno di 390 milioni (-5,5%) rispetto a due anni fa. Peggio va all’import (-13,9% sul 2019, ossia quasi 650 milioni), che comunque porta a casa un +7,9% sul 2020, attestandosi a circa 4 miliardi. Con queste premesse il saldo commerciale supera i 2,6 miliardi, guadagnando poco meno di 500 milioni.

Tra le aree di sbocco, l’Ue (che copre il 45,1% delle esportazioni totali del comparto) balza del 22,2% e l’extra Ue (che assorbe il 54,9%) del 7,1%. Sul fronte importazioni, dalla Ue proviene il 45,3% della moda maschile in ingresso in Italia, mentre l’extra Ue garantisce il 54,7%.

La destinazione numero uno del menswear made in Italy è la Svizzera (+15,1%), hub logistico-commerciale strategico per le griffe, che assorbe il 12,2% del totale settoriale. Seconda la Germania, che cresce di oltre il 21% e terza la Francia (+22,6%).

La Cina scavalca gli Usa, guadagnando la quarta posizione e salendo del 58,8%, contro il +12,5% degli Stati Uniti. Bene Spagna (+19,1%) e Corea del Sud (+22,9%). Solo decima Hong Kong, in discesa del 3,4%, ma arretrano anche Regno Unito (-32%) e Giappone (-6,6%), che scivola sotto i 300 milioni di euro. La Russia, che fa parte dei Paesi con un’incidenza compresa tra l’1,8% e il 3,3% del totale del comparto, vede un aumento del 3,8%.

Da notare che i primi quattro mercati hanno superato i livelli del 2019: la Svizzera del +6,7%, la Germania del +9,5%, la Francia del +6,6% e la Cina addirittura del 50%. Andamento sostenuto anche per la Corea del Sud (+31,9%). Esiti contrari per Usa (-20,1% sul 2019), Spagna (-13,3%), Giappone (-18,3%), per la stessa Russia (-11,4%) e per il Regno Unito, in picchiata del 46,5%.

Alla voce import, da gennaio a dicembre 2021 si segnala la lieve decelerazione (-1,5% sul 2020) della locomotiva Cina, a fronte di ottimi risultati di Francia (+22,5%), Germania e Turchia (+20%) e Spagna (+28%), solo per citare quattro nazioni.

Guardando al dato di interscambio di moda maschile non più per Paese, ma per prodotto, vola l’export della maglieria esterna (+23,1% sul 2020 e +7,3% sul 2019) e, seppur con valori di molto inferiori, dell’abbigliamento in pelle (+23,2% sul 2020 e +2,9% sul 2019). L’abbigliamento confezionato progredisce del 7,2% (ma con un -11,6% sul 2019) e la camiceria del 5,2% (-19,2% sul 2019). Cravatte in calo del 13,6% sul 2020 e di oltre il 50% sul 2019.

Rialza la testa il mercato interno, con acquisti che dopo il crollo del 2020 (-30,1%) invertono decisamente la rotta (+22%), come dalle rilevazioni di Sita Ricerca per Smi, aprendo la strada per un recupero sul 2019 ancora lontano da raggiungere (-14,7%).

Nell’anno solare la confezione (che riguarda il 54,5% del sell out di moda maschile) e la maglieria (26,6%) presentano incrementi rispettivamente del +19,7% e del +23,1%. La camiceria (17% del mercato) cresce del +29,2%. Quanto alle cravatte, progrediscono del 14,7% e occupano l’1,1% del mercato settoriale. L’abbigliamento in pelle, che non va oltre lo 0,8% della moda uomo, segna un +6,8%.

Difficile il confronto tra la primavera-estate 2021 e quella del 2020, messa in ginocchio dai lockdown: si assiste, nonostante il permanere di alcune restrizioni, a un rimbalzo nella spesa per il menswear pari al +45% a valore, con variazioni tra il +43,8% e il +46,5% dei tre sottosettori confezione, maglieria e camiceria e un mini-boom di cravatte (+63,5%) e abbigliamento in pelle (+90,6%), dovuto anche al fatto che questi comparti erano stati più duramente colpiti di altri nel corso della SS 2020. A smorzare l’ottimismo il confronto con la SS 2019: -17,8%.

Nella seconda parte dell’anno e fino al primo bimestre del 2022 (FW 2021-2022), i consumi si mantengono vivaci ma in decelerazione, con un incremento medio del 31,4% e un gap relativamente ridotto (-6%) sul 2019.

Nella parte iniziale del 2022 prosegue il trend positivo: scorporando il dato del primo bimestre, si assiste a un +23,3% per la confezione maschile, a un +15,6% per la maglieria, a un +27,7% per la camiceria, a un +39,1% per le cravatte e a un +32,3% per il leatherwear.

Uno sguardo ai canali distributivi nel periodo tra marzo 2021 e febbraio 2022 conferma il predominio delle catene (la cui incidenza è al 42,8%, quasi stabile sull’analogo periodo 2020-2021), che mostrano un sell out a valore in aumento del 36,2%. Segue la gdo con un 21,7% (+0,6%) e un recupero degli acquisti del 40,6%.

Riprende quota il dettaglio indipendente, che dopo il crollo (-48,2%) durante il periodo pandemico risale del 2,6%, con una 20,7% del mercato e un sell out in corsa (+56%).

In frenata del 12,6% le vendite online, che dopo essere passate da una quota del 7,8% del 2019 al 14,1% del 2020, nel 2021 si stabilizzano al 9% e perdono più di cinque punti percentuali. Ciononostante restano l’unico canale al di sopra (+2,6%) delle performance del 2019.

Il primo quarter di quest’anno parte discretamente. Secondo Istat, nel gennaio-marzo l’export aumenta del 6,3% (pari a 1,7 miliardi di euro) e l’import del 22,6%, sfiorando gli 1,4 miliardi. Non si dissolve l’incubo del raffronto con il 2019, anno che sempre nel primo trimestre era al di sopra del 4% per le esportazioni e del 3,7% per le importazioni.

Con riferimento agli sbocchi commerciali, sia l’Ue, sia l’extra-UE registrano crescite sul 2020, rispettivamente del 5,9% e del 6,7%. Nel periodo in esame la prima destinazione della moda maschile italiana non è più la Svizzera, che si deve accontentare della terza posizione anche per via di un -0,7%, ma la Francia (+7,7%), che supera la Germania (-3,7%). Al quarto e sesto posto Usa (+57,9%) e Cina (-1,9%). Quinta la Spagna (+9,3%) e settimo il Regno Unito, in ripartenza (+10%). 11esimo Hong Kong (-26,4%), preceduto da Giappone (-13,6%) e Corea del Sud (-5,8%).

Un capitolo a parte merita la Russia, che nel gennaio-febbraio 2022 aveva incassato una contrazione del nostro export di moda uomo del 6,3%. Marzo, mese in cui il conflitto con l’Ucraina è esploso, ha dato il colpo di grazia, trascinando in basso il trimestre (-22,5%). Va detto che tale mercato copre nel periodo l’1,7% del totale.

Relativamente alle importazioni, dalla Ue proviene il 42,4% del menswear in entrata nel nostro Paese, mentre dall’extra Ue arriva il 57,6%. La prima macroarea chiude il trimestre con un +17,6% e la seconda con un +26,6%. Tra le nazioni fornitrici il Bangladesh supera la Cina di 42 milioni di euro, volando del +50,3%, anche se pure la Repubblica Popolare cresce (+24,5%). Si fa notare il +83,8% della Germania.

Anche nel Q1 la maglieria esterna performa egregiamente nell’export (+23,7%), al pari di abbigliamento in pelle (+27,5%) e camiceria (+30,4%). In calo del 14,4% l’abbigliamento esterno, ma in progressione del 22,4% le cravatte.

Nelle importazioni tutte le merceologie si muovono in territorio positivo, con ritmi compresi tra il +30% e il +40%.

Nel breve i timori maggiori si concentrano sulla pressione a livello di costi, energia, tempi di approvvigionamento e consegna, nonché sul possibile rallentamento della domanda dovuto a un clima di maggiore incertezza.

A cura della redazione
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