Stop per 124 store

In Regno Unito nei guai anche Debenhams

A breve distanza dalla dichiarazione di fallimento di Arcadia, un altro noto nome del retail britannico getta la spugna. Si tratta di Debenhams, la maggiore catena di department store in Regno Unito, in amministrazione controllata da aprile (per la seconda volta in 12 mesi), che ieri ha ammesso di non essere stata in grado di trovare un compratore.

I suoi 124 store e il negozio online, che nel complesso impiegano 12mila persone, svuoteranno i magazzini e chiuderanno, se non arriveranno altre offerte.

Uno dei potenziali interessati, JD Sports Fashion, ha confermato che le trattative si sono interrotte con un nulla di fatto. Debenhams è in mano a un consorzio di investitori, tra i quali l’hedge fund statunitense Silver Point Capital.

Anche il futuro dei 45 negozi in franchising, prevalentemente in Middle East, Sud Est asiatico ed Europa dell’Est, dipende dall’arrivo o meno di un buyer per il business in Uk.

La chiusura non impatterà invece su Magasin du Nord, l’insegna di department store presente in Danimarca, che continuerà a operare indipendentemente dalle sorti di Debenhams.

Se si tiene conto anche della bancarotta di Arcadia, in Gran Bretagna sono a rischio 25mila posti di lavoro.

Le restrizioni derivanti dalla pandemia, lo spostamento degli acquisti sul canale online e anche l’homeworking, che ha cambiato le abitudini e il look di chi lavora, stanno colpendo anche player come Marks & Spencer e Selfridges, che nei mesi scorsi hanno annunciato consistenti tagli al personale.

Sulla profonda recessione dell’economia Britannica - il Pil 2020 dovrebbe registrare una flessione dell’11,3%, la peggiore performance in 300 anni (fonte Obr-Office for Budget Responsibility) - pesa la Brexit. In caso di mancato accordo con l’Europa Unita entro il 31 dicembre, in molti vedono ardua una ripresa.

Secondo recenti stime di Euratex, la maggiore associazione europea del tessile-abbigliamento, in caso di “no deal” sono a rischio nel Paese di Boris Johnson oltre 27mila occupati nel settore. Ma l’Ue a 27 rischia molto di più: 100mila posti di lavoro.

e.f.
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