TRA MARZO E APRILE IMPENNATA DELLE VENDITE

Second-hand e moda in affitto: sarà boom anche dopo il lockdown?

Con il lockdown e le saracinesce abbassate, i negozi di abbigliamento sono tra le categorie che hanno sofferto di più durante la crisi sanitaria. Solo la possibilità di acquisti online, nel silenzio delle città immobilizzate dal virus, ha continuato a tenere attivi consumatori segregati in casa, e permesso alle aziende più digital-friendly di attutire, almeno in parte, l'impatto del tracollo dei consumi.

Tra le realtà a distinguersi, in fatto di dinamismo e performance, ci sono state in particolare quelle del second-hand e della moda in affitto, che durante i mesi più difficili hanno potuto contare sul maggior tempo a disposizione degli utenti, ma anche sulla loro reticenza a fare spese economicamente impegnative, in un momento in cui per molti è calato il potere d'acquisto ed è salita la paura del futuro.

Un big dei prodotti pre-owned come Depop – una community di 7 milioni di utenti – ha affermato che in aprile il sell out negli Stati Uniti è aumentato del 150% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso e che nel Regno Unito è raddoppiato.

Per Poshmark, tra i leader nell'e-commerce second hand negli Usa, la terza settimana di aprile è stata in assoluto la migliore di sempre e Vestiaire Collective, sito specializzato nell'usato di lusso con una clientela prevalentemente europea - ma in fase di espansione, dopo un nuovo round di investimenti qualche settimana fa - sempre nel mese di aprile ha visto le sue vendite lievitare del 20%.

Secondo le stime di Earnest Research, Rebag ha venduto più borse a fine aprile che durante il Black Friday e StockX, punto di riferimento dei lover di sneaker, nella settimana del 15 aprile ha messo a segno un +75% di ricavi rispetto all'analogo periodo di un anno fa. Anche The RealReal, nonostante i problemi a livello di supply chain, nel primo quarter ha registrato un incremento del 10,8%.

Certo, durante la quarantena degli esercizi commerciali lo shopping online (e non solo dell'usato) ha rappresentato una valvola di sfogo per molti consumatori costretti alla reclusione e forse per una buona fetta – con finanze a rischio e portafogli impoveriti – gli acquisti di seconda mano, anche di lusso, hanno generato meno sensi di colpa.

Ma il reselling ha costituito un plus anche per aziende e dettaglianti, diventando un modo per drenare l'invenduto, quella mole di merce bloccata nei magazzini dal lockdown, come racconta Cécile Wickmann, alla guida del markeplace tedesco Rebelle: «All'inizio le offerte di prodotti used da parte di privati si è drasticamente ridotto, ma a compensare questa defezione sono stati i retailer, quelli che si sono trovati con i negozi chiusi e che erano alla ricerca di canali alternativi per smaltire i prodotti».

Sta di fatto che nelle tre settimane successive «gli affari sono andati molto bene», anche perché molti utenti in vena di decluttering (l'arte di sbarazzarsi del superfluo) hanno utilizzato la piattaforma per svuotare capi e accessori in letargo da anni negli armadi, sperando di guadagnarci qualcosa, e per concedersi il piacere di nuovi acquisti senza spendere una fortuna.

Francesca Tonelli, 37 anni, fondatrice e coo di Vintag - app di vintage deluxe con 50mila utenti attivi e 150mila pezzi disponibili, partecipata da gennaio 2019 da Piquadro - conferma il trend inaspettatamente positivo registrato durante la "clausura" e la sua fiducia nei mesi a venire: «Dopo i primi dieci giorni di lockdown – racconta – gli utenti hanno ripreso coraggio e cominciato a fare acquisti. Marzo si è chiuso in crescita rispetto a febbraio e ad aprile è andata ancora meglio, tanto che è stato il mese in assoluto con più transizioni da giugno 2017, quando abbiamo debuttato online! Quasi il +200% rispetto a marzo».

Emblematico è soprattutto il fatto che sono aumentati i venditori professionisti: «Nella app – spiega Francesca – sono entrati molti negozi, passando dal 6% a quasi il 15% sul totale dei seller».

Del resto, quello delle giacenze è il problema principale che tormenta in questo momento aziende e punti vendita, che anche dopo il 18 maggio – con l'assillo dei protocolli di sicurezza e il punto interrogativo sulla ripresa o meno dello shopping - temono di non riuscire a vendere i capi della primavera-estate 2020.

«Nell'ultimo periodo – racconta Caterina Maestro, fondatrice della piattaforma milanese di renting DressYouCan – siamo stati contattati da numerosi designer, che hanno visto nel nostro circuito di moda in affitto una modalità diversa per sfoltire i magazzini, scongiurando così il ricorso a extrasaldi, l'immobilismo dei propri prodotti o addirittura la distruzione di interi stock».

Dal lunedì la showroom in zona Colonne di San Lorenzo riaprirà al pubblico, ma buona parte del business continuerà a transitare online, con la possibilità di tenere in prova per 24 ore, prima di decidere, tre capi: «Di fronte al venire meno di eventi speciali, ai quali erano destinati in particolare i nostri articoli, amplieremo il catalogo con una serie di pezzi pensati per una socialità più "normale", con prodotti a noleggio a costi accessibili, magari con pacchetti settimanali, perfetti per le vacanze a chilometro zero di quest'estate».

E proprio qui, sul futuro, si concentra l'attenzione: se durante il lockdown l'usato e la moda a tempo hanno fatto faville, quali saranno le opportunità quando le persone cominceranno lentamente a riappropriarsi della libertà di movimento e torneranno (forse) ad assaporare di nuovo l'esperienza fisica dell'acquisto, negata per quasi tre mesi?

Prima che la pandemia cambiasse le carte in tavola, il mercato mondiale del re-commerce era in corsa, con la previsione di raddoppiare il proprio valore, passando dai 24 miliardi di dollari del 2019 ai 51 miliardi entro il 2024, in base alle stime di Thredup e GlobalData.

Se è vero che i consumatori potrebbero essere attirati dall'idea di continuare a concedersi qualche sfizio senza dare fondo ai loro (ora più precari) risparmi, va anche considerato che il concetto stesso di "usato" o "noleggiato" contiene in sé l’idea di qualcosa di già utilizzato da altri e, in tempi di psicosi da contagio, questo aspetto potrebbe costituire un deterrente.

I diretti interessati obiettano che invece manutenzione, restyling e sanificazione per loro sono all'ordine del giorno: «Una volta pulito, il prodotto viene immediatamente impacchettato e spedito e quindi non è toccato da nessuno, se non dal compratore», tiene a precisare Francesca Tonelli.

«A ogni noleggio il capo viene igienizzato da tintorie specializzate, garantendo così la non contaminazione da germi, virus e batteri, e inviato direttamente all'utente, senza che sia provato da nessuno», le fa eco Caterina Maestro, che sottolinea di non aver riscontrato questo genere di timori da parte della sua clientela.

Ad ogni modo, tutte le interpellate sono ottimiste sul futuro del business, a loro avviso allineato alle nuove abitudini di consumo, forgiate dalla sharing economy e ora rinsaldate dalla drammatica esperienza della pandemia: «La crisi – commenta Cécile Wickmann – ha ulteriormente sensibilizzato le persone verso un diverso paradigma di consumo, orientato a una maggiore qualità e a un ciclo di vita dei prodotti più lungo. Acquistare capi e accessori di seconda mano consente inoltre di risparmiare energia, acqua e Co2».

Un modello circolare e antispreco, ad alto tasso di experience, che sta facendo sempre più proseliti, soprattutto tra le nuove generazioni, «meno interessate – sottolinea la ceo di Rebelle - al concetto di possesso e proprietà» (nella foto, da sinistra, Cécile Wickmann, Francesca Tonelli e Caterina Maestro).

a.t.
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