un convegno e un ideathon

Rethinking Fashion Sustainability: la sostenibilità non è una sfida fai da te

Testimonianze diverse, su un preciso filo conduttore: la sostenibilità riguarda tutta la filiera ed è impossibile affrontarla con soluzioni fai da te. Il convegno Rethinking Fashion Sustainability, organizzato da Fashion Technology Accelerator nella sede milanese di Boston Consulting Group, ha fatto il punto su una parola che ricorre sempre di più nel settore moda, e non solo, ma sulla quale c'è anche molta confusione.

L'incontro è stato aperto dagli interventi di Giusy Cannone (ceo di Fashion Technology Accelerator), di Renato Galliano, che ha sottolineato l'impegno del Comune di Milano nella responsabilità sociale, e di Paola Bertola e Federica Vacca, docenti del Politecnico nel capoluogo lombardo.

In particolare, Giusy Cannone ha ricordato che «convertire i processi di un'azienda verso la sostenibilità non è qualcosa che si può fare dall'oggi al domani. In questo momento però, rispetto a qualche tempo fa, c'è una concreta attenzione da parte di alcuni leader su questo tema a valutare con serietà e determinazione i passi da seguire».

Tra questi leader c'è The North Face, uno dei marchi di punta di Vf Corporation, la cui case history è stata portata alla ribalta dal sustainability manager Julian Lings. «Ci siamo imposti di cambiare in modo radicale e globale il nostro approccio a un mercato in trasformazione - ha affermato Lings, intervistato da Francesca Romana Rinaldi del Milano Fashion Institute - rendendo il consumatore finale partecipe di questa evoluzione».

Nel quartier generale del brand in Svizzera il 100% dell'elettricità utilizzata proviene da fonti rinnovabili ed è solo un aspetto di un impegno a 360 gradi, che contempla per esempio l'approvvigionamento responsabile di piume d'oca in base al Responsible Down Standard e il recupero di calzature e vestiti smessi da parte dei clienti nei punti vendita The North Face, grazie al progetto Clothes The Loop.

Anche per una piattaforma di e-commerce come Zalando vendere semplicemente prodotti non basta più. Lo ha sottolineato Dennis Hoenig-Ohnsorg del Team Lead Sustainability and Csr della realtà tedesca da 5,4 miliardi di euro di ricavi nel 2018, con oltre 2mila brand partner e 11 private label e circa 7mila dipendenti, di cui 2mila nel quartier generale di Berlino.

«La criticità da superare, su cui stiamo lavorando intensamente - ha sottolineato Hoenig-Ohnsorg - è la frammentazione di un sistema, come quello della moda, in cui i consumi crescono (si parla di un +65% entro il 2030) e di conseguenza anche lo spreco. Un circolo vizioso che va fermato. L'obiettivo che ci poniamo è costruire una supply chain intelligence, che abbracci il prodotto, la logistica, le condizioni di lavoro dei nostri addetti e l'intera nostra attività. Il tutto all'insegna di un motto, "transparency is the new green"».

Essendo un e-tailer, Zalando deve affrontare anche il nodo del packaging e in quest'ambito il target è arrivare ad avere il 100% dei pacchi realizzati in materiali da fonti sostenibili già entro il prossimo anno.

«Ancora oggi c'è chi pensa che la sostenibilità sia un modo di tornare indietro, un retaggio del passato, ma è una falsa credenza soprattutto quando si pensa ai Millennials, il cui 66% è pronto a investire di più nei marchi sostenibili, senza contare che il 42% dei consumatori vuole avere più informazioni su quello che va a comprare e indossare», ha fatto notare Giusy Bettoni, ceo di C.L.A.S.S. (Creativity Lifestyle and Sustainable Synergy), piattaforma che dal 2007 si concentra sull'innovazione smart dalle materie prime al prodotto finito.

«Purtroppo - ha aggiunto Bettoni - l'offerta non è ancora all'altezza delle aspettative di questa schiera sempre più numerosa di clienti evoluti. I casi sono due: o i marchi non puntano su prodotti "giusti", oppure non li comunicano in un modo adeguato». L'importante, ha proseguito la ceo di C.L.A.S.S., è che l'industria recepisca che la sostenibilità non è solo una bella storia da raccontare, o peggio ancora un modo di fare greenwashing, ma un business.

La manager ha citato alcuni esempi di realtà virtuose, che hanno già maturato questa consapevolezza: da Ecotec by Marchi & Fildi a Roica di Asahi Kasehi, fino a Newlife di Sinterama e Tintex, ma l'elenco è decisamente più lungo e contempla nomi dell'abbigliamento e del retail, come Wolford, Eileen Fisher, C&A e Napapijri.

L'intervento di Simone Colombo, head of corporate sustainability di Ovs, ha fatto luce sulle strategie del retailer, che deve coniugare i grandi numeri con un nuovo concetto di qualità. Colombo ha proiettato un grafico da cui emerge che i tre quarti circa delle fibre usate da Ovs sono di cotone, «una fibra naturale, e questo è un bene, ma anche legata a elevati consumi di acqua, fertilizzanti, pesticidi».

«Noi di Ovs - ha proseguito Colombo - siamo stati i primi ad aderire al programma globale Better Cotton Initiative e a portare a 12% la percentuale di cotone organico nelle nostre proposte di abbigliamento. Inoltre, nel 2018 abbiamo usato oltre 50mila chili di cotone riciclato, soprattutto nel denim. Parallelamente, puntiamo sugli smart synthetics nei modelli in pile e con l'estate prossima introdurremo nell'offerta di beachwear una parte fatta riciclando le reti da pesca».

«Dal 2013 - ha concluso il top executive - la nostra raccolta di abiti usati ha consentito una seconda vita a più di 900mila chilogrammi di articoli tessili».

A nome del settore cosmesi ha parlato Gabriele Veronesi, country manager Italia di Caudalie, che ha ripercorso la storia di questo marchio francese di beauty che già nel 1993, quando è nato, ha imboccato la strada della sostenibilità, utilizzando gli scarti della vendemmia tra gli ingredienti principali delle sue preparazioni.

«Abbiamo coniato il neologismo
cosm-ethic - ha precisato Veronesi - e nella nuova sede che abbiamo aperto in collaborazione con la Harvard Medical School tutto è improntato alla tutela della biodiversità. Entro il 2021 vogliamo che il 95% degli ingredienti dei nostri prodotti sia di origine naturale».

Gran finale con i ragazzi che hanno partecipato alla prima edizione di un Circularity Ideathon, coordinato da Francesca Romana Rinaldi con il supporto di Ovs: un'iniziativa che ha coinvolto gli allievi delle migliori università milanesi (Milano Fashion Institute, Università Bocconi, Università Cattolica, Politecnico), chiamati a elaborare nuove idee per produrre soluzioni di grassroots innovation con l'aiuto di tre mentori - Matteo Ward (co-founder e ceo del marchio Wrad), Daniel Tocca (imprenditore e consulente) e Mario Pozzi (partner di Sib-Lex) -, supportati da cinque tutor qualificati e da una giuria, di cui ha fatto parte anche il direttore di Fashion magazine, Marc Sondermann.

I ragazzi (nella foto) hanno presentato un Circularity Manifesto, tra le cui priorità spiccano la necessità che le aziende della moda progettino non solo un prodotto, ma una fashionable resource, che educhino i propri addetti alla responsabilità, che ispirino i giovani consumatori sul reale valore della moda. In generale, che reinventino il sistema manifatturiero in modo da mettere in pratica il concetto, oggi più che mai attuale, di economia circolare.

 

 

 

a.b.
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