una conferenza fa il punto sul settore moda

Il made in Italy, "fabbrica del bello": le parole chiave nell'era post-Covid

La moda, in quanto seconda industria manifatturiera italiana, costituisce un patrimonio da difendere e promuovere in questo momento di post-lockdown. Se ne è discusso nel corso di un incontro nell'ambito del ciclo di conferenze Tempo di Rinascita, ideato da Doc-Com. Un confronto tra istituzioni, consulenti e imprenditori del settore. 

Antonio Franceschini, responsabile nazionale di Cna Federmoda, ha posto l'accento sulla responsabilità sociale d'impresa, spiegando che il made in Italy non interpreta solo i valori di bellezza e qualità dei prodotti, ma anche quelli di una produzione sostenibile dal punto di vista vista sociale, etico e ambientale.

«L'Italia può posizionarsi nel contesto internazionale come "fabbrica del bello" – ha spiegato -. Serve però una visione condivisa, un'unità di filiera sulla necessità di riconoscere il valore anche economico delle competenze lungo tutti gli anelli della catena imprenditoriale. Il nostro Paese non può permettersi di indebolire la filiera. Tutto il sistema moda ne risentirebbe». 

Marco Morosini, ceo del marchio Brandina The Original, ha auspicato un maggiore supporto da parte dello Stato. «Siamo soli nel combattere per un made in Italy di cui l'Italia va fiera a parole, ma si dimentica di difendere – ha detto -. Non c'è sostegno alla creazione, alla formazione e al rinnovo delle professionalità. Dopo tante promesse, adesso è il momento dei fatti: il Governo deve difendere meglio gli asset della moda, del turismo e della cultura, fondamentali per tutto il Paese».

Tra le iniziative concrete, Morosini ha parlato dell'importanza di abbassare il costo del lavoro e quindi anche quello del prodotto finale, per continuare ad avere prodotti made in Italy accessibili e sostenibili.

Marco Calzolari, titolare e amministratore unico di Kaos, ha posto l'accento moda veloce come modello di business alternativo e vincente: «Una filiera dalla struttura più snella, come quella del pronto moda, è riuscita a gestire meglio la situazione terribile del recente lockdown. La moda veloce può configurarsi quindi quale modello di business alternativo e vincente. Per questo è stata presa ad esempio nel periodo anche da altri attori internazionali».

Per Lorenzo Delladio, ceo e presidente de La Sportiva, specialista delle calzature per l'arrampicata e l'alta montagna, il mantra è invece la decelerazione. «Il lockdown ci ha costretti a sospendere i nostri progetti: abbiamo quindi bloccato e posticipato l'immissione sul mercato dei nuovi prodotti – ha raccontato -. La lezione tratta da questi ultimi mesi è che è possibile, anzi auspicabile, adattarsi a modelli di produzione e di vita più lenti e meditati, meno strettamente consumistici. Io mi auguro questo, anche per il futuro. Continuare a innovare, senza frenesia e con più consapevolezza».

Sull'importanza della digitalizzazione ha posto l'accento Luca Piani, dal settembre 2019 alla guida di Duvetica Internationalbrand italiano acquisito di recente dal gruppo coreano F&F: «Siamo ormai dentro a un mondo che accelera il contatto tra azienda e consumatore finale e in questo il digitale offre enormi vantaggi. Non solo come contatto, ascolto, coinvolgimento e interazione con il consumatore, ma anche come revisione e ottimizzazione di processi organizzativi interni, senza i quali l'internazionalizzazione e la sopravvivenza in momenti come quello della quarantena non sarebbero state possibili».

A proposito di digitalizzazione, l'agenzia di digital intellicence digital consulting PixData ha presentato un'analisi sul web sentiment relativo alla moda made in Italy nel pre, durante e post Covid. A emergere sono le tre parole chiave ecosostenibilità, qualità e accessibilità.

«Da gennaio 2020, Pixdata in partnership con KPI6.com, ha analizzato e classificato 110 mila conversazioni in merito alla moda made in Italy – ha illustrato Luca De Albertis, co-ceo di Pixdata –. La media del sentimento delle conversazioni identifica un 35% di negatività verso il made in Italy, che scende al 17% quando si parla di qualità ed ecosostenibilità».

Gli utenti di riferimento, ha puntualizzato, appartengono alla generazione Z (35.7%) e a quella dei Millennials (32.1%) e quindi sono caratterizzati da apertura mentale e predisposizione al cambiamento superiori alla media, ma hanno al contempo un basso potere d'acquisto. 

«È quindi necessario ripensare il made in Italy attraverso soluzioni che permettano all'audience di acquistare abiti di qualità, ecosostenibili e a un prezzo contenuto. Si guarda a modelli come quelli del noleggio e il riuso», ha concluso.  

Reshoring, internazionalizzazione e digitalizzazione saranno le parole chiave del futuro post Covid secondo Maria Elena Molteni, direttore responsabile di Luxury&Finance. «Il comparto del tessile-abbigliamento si appresta a chiudere, stando alle stime degli analisti, con una contrazione che sarà nell'ordine del 25% nella migliore delle ipotesi e del 35% nella peggiore – ha dichiarato -.  Intanto si deve fare fronte a una crisi di liquidità senza precedenti per le aziende, che spesso non riescono ad accedere ai finanziamenti del Governo e nemmeno agli ammortizzatori sociali, se è vero che la cassa integrazione è stata anticipata dalle aziende per 4 milioni e 300mila dipendentie le risorse sono andate esaurite in 15 giorni».

Serve, ha concluso, «accelerare e dare spazio con strumenti adeguati a un comparto che, insieme al turismo e alla cultura, può rappresentare una leva strategica per evitare che all'emergenza sanitaria non segua una vera emergenza economica».

All'incontro ha preso parte anche Claudia D'Angelo, responsabile dell'Archivio di Textile Design della Fondazione Fashion Research Italy voluta da Alberto Masotti, già patron de La Perla, per supportare le piccole e media imprese, che ha messo in primo piano l'heritage e le radici del tessuto manifatturiero italiano. «La Fondazione Fashion Research Italy - ha affermato - ha il compito di sostenere le piccole e medie imprese della filiera moda, a maggior ragione in questo difficile percorso di ripresa. E lo fa attraverso diverse attività didattiche e culturali».

Nella foto, Antonio Franceschini, responsabile nazionale di Cna Federmoda, durante l'incontro

c.me.
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