UNO STUDIO SU MILLENNIALS E IGEN

PwC Italia: i giovani amano il made in Italy. Il low cost? Anche no

Il 90% dei giovani italiani è disposto a pagare un premium price per prodotti che siano etici e sostenibili: questa è una delle conclusioni a cui è arrivato PwC, in uno studio condotto su un campione di oltre 2mila tra Millennials (62% del totale) e iGen (38%), stanchi della moda low cost e alla ricerca di nuovi valori nel vestire.

Come ha sottolineato stamattina nel corso del Fashion Summit di Pambianco Erika Andreetta (consumer markets consulting leader di Pwc Italia), «il 69% degli intervistati cerca la qualità nei capi d'abbigliamento acquistati, una percentuale superiore di otto punti rispetto al 2018, mentre nel caso degli accessori si sale al 74%, +14% sull'anno scorso».

Siamo di fronte, dunque, a una generazione di under 40 - i Millennials nati tra il 1980 e il 1994, gli iGen dal 1995 al 2010 - che prende le distanze da una logica legata puramente al prezzo: solo il 3% dei Millennials e il 5% degli iGen scelgono cosa comprare in base al cartellino basso.

In compenso, viene riscoperto il fascino del made in Italy: «Per tre giovani su cinque - ha precisato Andreetta - è determinante orientarsi verso prodotti italiani per diverse ragioni, non ultima la tutela del lavoro nel nostro Paese».

Il concetto di italianità viene spesso associato a quello di sostenibilità: un tema che sta molto a cuore ai giovani, se si pensa che più del 40% degli iGen dichiara di essere un attivista per il benessere planetario e, di conseguenza, personale.

«Il 28% del panel - ha proseguito la manager di PwC Italia - è disposto a spendere di più di fronte a brand noti per le loro pratiche sostenibili, il 24% per articoli fatti in modo sostenibile o eco-friendly, il 21% per proposte realizzate in modo etico, il 9% per un sustainable packaging e il 7% per label attive nella beneficenza».

«La trasparenza - ha proseguito - è un'arma molto importante per conquistare questo target generazionale e le aziende si stanno attivando in tal senso: lo dimostra il fatto che il 30% dei nostri giovani connazionali ritiene che queste ultime siano sufficientemente trasparenti sulla filiera produttiva dei loro capi e accessori».

Nel 46% dei casi lo store fisico è ancora il canale distributivo preferito, seguito a distanza dal mobile (29%): soprattutto i Millennials (34%) comprano instore almeno una volta alla settimana, mentre il 17% fa shopping online con la stessa cadenza.

Tuttavia, la stragrande maggioranza (oltre l'80%) ha acquistato sul web vestiti e accessori nell'ultimo anno, con un 30% che ha usato questo canale per procacciarsi almeno metà dei propri indumenti.

Il 53% dei consumatori interpellati è «soddisfatto o molto soddisfatto» dell'e-shopping, ma il 10% non lo è. I motivi sono disparati: dalla delusione sulla qualità (26%), ai tempi di consegna lunghi (23%), per non parlare dei prodotti danneggiati (22%).

A una percentuale non trascurabile manca l'esperienza "fisica" che solo un punto vendita reale può garantire: il 21% perferisce infatti toccare con mano capi e accessori, il 12% pensa che in boutique sia più facile trovare novità e il 9% apprezza la vendita assistita.

Online e offline, la fiducia nel marchio fa la differenza per il 32% del panel, che però resta il più delle volte piuttosto "freddo" sui programmi di loyalty.

Lo sharing è un trend in forte ascesa: il 27% dei giovani italiani è disposto a condividere con i brand lo storico degli acquisti, ma anche foto e video (21%), dettagli del proprio contatto (16%) e la propria posizione (14%), chiedendo in cambio piccoli benefit (49%), offerte personalizzate (36%), un servizio omnichannel (29%) oppure offerte ad hoc (24%).

«Inoltre - ha fatto notare Andreetta - fino a tre under 40 su 10 si dicono propensi allo sharing di beni anche molto personali, tra cui le calzature, i gioielli, l'abbigliamento e le borse».

Il second hand, di conseguenza, si rivela decisamente appealing: dopo auto e mezzi di trasporto vengono le attrezzature sportive e i mobili, ma seguono a ruota, nell'ordine, gioielli, borse, abbigliamento e scarpe.

Per ispirarsi nei loro acquisti Millennials e iGen utilizzano i social (rispettivamente nel 36% e nel 32% dei casi) o leggere commenti e recensioni (37% e 30%).

Instagram & co. si rivelano determinanti anche nella raccolta di informazioni sulla sostenibilità dei marchi per il 39% sia dei Millennials che degli iGen, ma i nati tra il 1980 e il 1995 optano ancora più volentieri (46%) per i siti dei rivenditori, mentre i fratelli minori preferiscono recarsi direttamente in negozio.

In generale, i social come canali di comunicazione diventano per la prima volta più importanti delle etichette sugli indumenti : un cambiamento di cui le aziende del settore non possono non tenere conto.

a.b.
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