CHILDRENSWEAR

Baby model e influencer risvegliano il mercato. «Ma attenzione, vanno tutelati»

In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti delle Bambine e delle Ragazze, Fabiola Anitori (senatrice di Alternativa Popolare) è stata la prima firmataria, insieme a Dacia Maraini, di un decreto legge per tutelare gli under 14 impiegati nello spettacolo, nella pubblicità, in passerella. Intanto a livello globale, complice il successo dei baby influencer e le abitudini dei genitori Millennials, il kidswear è nel pieno di trasformazioni epocali che stanno rinvigorendo le vendite.

 

Il ddl italiano mira a modificare la legge 17 ottobre 1967, n.77, in materia di tutela del lavoro dei minori in ambiti quali lo spettacolo e le attività culturali, artistiche, sportive o pubblicitarie.

 

Come riporta Adnkronos, in occasione della presentazione del decreto a Palazzo Madama, accanto alla senatrice Anitori sedevano Dacia Maraini e Flavia Piccinni, quest'ultima autrice del libro-inchiesta Bellissime. Baby miss, giovani modelle e aspiranti lolite, in cui si mette in discussione l'adultizzazione precoce di bambine e adolescenti, che rischiano di trasformarsi una volta adulte in donne-oggetto.

 

Anitori e i firmatari del decreto mirano a diminuire le ore di lavoro su set e pedane - massimo due al giorno fino ai tre anni e tre fino ai sei, per salire a cinque ore dai sei agli 11 anni -, vietare il make up sotto l'età di sei anni, assicurare l'assistenza di psicologi e pediatri, stabilire un limite massimo di decibel.

 

Inutile negare che, complici i social, i bambini sono effettivamente a rischio di sovraesposizione mediatica. Un articolo di Grace Cook pubblicato su Business of Fashion, cita per esempio i nomi di baby influencer da migliaia di follower come Coco (@coco-pinkprincess, nella foto dal suo profilo Instagram con blusa Gucci e pantaloni Dickies), sei anni, di Tokyo e l'ucraino Ivan Zinko (@thegoldenfly), noto anche come Lil Kid, che ha già debuttato con una sua linea a Parigi, coadiuvato dalla mamma stilista Natasha Zinko.

 

Piccoli mostri o segno di un cambiamento ineluttabile dei tempi, che va in qualche modo metabolizzato? Qualunque sia la risposta, pare che il mercato del childrenswear - che secondo Euromonitor vale globalmente 1,4 miliardi di dollari, con un incremento stimato intorno al +8%, a quota 34 milioni di dollari entro il 2021 per quanto riguarda gli Usa - ne stia traendo beneficio a livello commerciale.

 

Come sottolinea BoF, lo streetwear in versione mini me sta dando una sferzata di energia al business, sulla scia del successo di marchi quali Bape e Boy London, ma anche delle nuove scommesse di griffe del calibro di Givenchy, che scelgono di vestire baby, kid e teen in modo sportivo, glam e divertente.

 

Da notare che l'e-tailer Farfetch ha esteso l'offerta di moda infantile da 40 a 184 label in un anno, mentre sul sito francese Melijoe - fondato nel 2007 da Nathalie Genty - sembra che le proposte di Gucci per i piccoli abbiano triplicato le vendite. Da Selfridges, in Gran Bretagna, le magliette "fake Gucci" del marchio della doppia G, che per l'adulto costano 112 sterline, sono andate a ruba per i bambini a un prezzo di 85 sterline.

 

L'elenco potrebbe continuare ma il concetto chiave è fondamentalmente uno, ossia che l'addizione genitori Millennials e figli sempre più informati, oltre che desiderosi di essere "cool", dà nuova linfa a un comparto che, per quanto riguarda l'Italia, corrisponde a un fatturato di 2,7 miliardi di euro, con esportazioni per oltre un miliardo e un valore della produzione di quasi 980 milioni di euro.

 

Questo a livello di numeri, mentre per quanto riguarda il delicato rapporto tra etica ed estetica il dibattito resta aperto.

 

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