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UL Luxury Brand Summit: i fake costano all’Italia più di 60mila posti di lavoro

A causa della piaga della contraffazione l’Italia perde ogni anno vendite per oltre 6 miliardi di euro, di cui 4,5 circa relative al settore dell’abbigliamento e delle calzature, con la conseguente perdita di più di 60mila posti di lavoro. Si è parlato di questo, ma anche di normative internazionali, di sostenibilità e di sourcing responsabile al UL Luxury Brand Summit di ieri (16 giugno) a Milano.

 

Una giornata di studi organizzata al Park Hyatt Hotel dal gruppo internazionale UL, specializzato nei temi della sicurezza e nei servizi che disincentivano il crimine della contraffazione. Dopo l’introduzione di Natale Consonni, vice president e global general manager di UL Consumer and Retail Services, il primo intervento è stato di Anne Bonhoff, global head of chemistry di UL Consumer and Retail Services.

 

L’esperta ha parlato dell’impatto della campagna Detox di Greenpeace e ZDHC (Zero Discharge of Hazardous Chemicals) che si propone di azzerare lo scarico di sostanze dannose nelle catene di produzione delle imprese del comparto moda entro il 2020.

 

Anne Bonhoff ha sintetizzato i requisiti che un’azienda deve avere per poter essere considerata a “scarico zero”, i contenuti della roadmap congiunta Greenpeace-ZDHC e le scadenze che questa prevede e, infine, i recenti sviluppi dell’industria nell’ambito della sostenibilità ambientale.

 

Il tema dell’approvvigionamento responsabile è stato affrontato da Fred Waelter, global business lead responsible sourcing di UL, che ha sottolineato l’importanza per un brand del lusso di poter controllare e garantire la sostenibilità di ogni fase della supply chain, dalla fonte delle materie prime al momento in cui prodotti sono preparati e spediti. Secondo Waelter, un vero progresso nella tracciabilità si ottiene solo procedendo con costanza step by step.

 

Nel pomeriggio tre funzionari di importanti organismi di controllo cinese hanno spiegato quali sono le procedure di ispezione abbligatorie alle dogane del Paese asiatico per i prodotti tessili e quali norme tutelano i consumatori nella Repubblica Popolare.

 

Ne è emerso un quadro di grande rigore e serietà: nel 2015 il 6,43% delle merci controllate in dogana è risultato non conforme alle locali leggi. L’Italia è risultata al secondo posto dopo il Bangladesh per prodotti tessili non conformi. Il motivo non va certo ricercato nella scarsa qualità degli articoli, ma se mai nella non conoscenza delle normative cinesi. Grande attenzione bisogna riservare ad esempio a come vengono compilate le etichette dei capi. I funzionari hanno illustrato le leggi in vigore in materia nella nazione.

 

A chiudere l’intensa giornata dedicata alle aziende italiane della moda un dibattito sul tema della contraffazione, animato da Michael Ellis, assistant director dei servizi di polizia dell’Interpol e capo del programma contro il traffico di falsi e Brian Monks, vice presidente delle operazioni anti contraffazione di UL, che non hanno esitato a dire che il fenomeno ha raggiunto livelli pandemici. Per arginarlo è necessaria un’azione congiunta tra il settore pubblico e quello privato.

 

 

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