Eco-fashion

Milano capitale per un giorno della moda sostenibile

La moda sostenibile protagonista di uno show e di un convegno - a Milano, presso Palazzo Reale - voluto dalla Commissione europea. A discutere di strategie green esponenti di Gucci, Puma, Marks & Spencer ma anche dell'industria dei detersivi e degli elettrodomestici.

 

Il commissario europeo per l'Azione per il clima, Connie Hedegaard, ha aperto i lavori dell'evento di venerdì - dal titolo "Idee per un mondo come piace a te: come rendere sostenibili i nostri consumi?" - che rientra in un più ampio progetto di sensibilizzazione e diffusione di nuove soluzioni efficaci per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra dell'80-95% entro il 2050. Un problema che coinvolge anche la moda, visto che ogni anno vengono prodotti nel mondo circa 80 miliardi di capi di abbigliamento e che un chilogrammo di abiti nuovi comporta l'emissione di 25 chili di Co2.

 

Sandrine Dixson-Declève (direttore The Prince of Wales's Eu Coorporate Leaders Group sul cambiamento climatico) ha moderato il dibattito che ha coinvolto non solo esponenti della moda ma anche rappresentanti dell'industria dei detersivi e delle lavatrici. Un terzo delle emissioni di Co2 dell'industria manifatturiera - fashion compreso - riguarda infatti i lavaggi. Anche i singoli consumatori possono contribuire a immettere meno anidride carbonica, prediligendo bucati a 30 gradi. Lo ha proposto Mohamed Samir di Procter & Gamble/Aise (associazione europea dei produttori di saponi e detergenti) presentando la campagna di sensibilizzazione "I prefer 30°", che cerca supporter anche tra produttori e retailer di moda, nonché tra i produttori di lavatrici (che dovranno studiare programmi adeguati).

 

Rossella Ravagli di Gucci ha parlato di sostenibilità sociale ("Uno dei primi asset del brand fiorentino è la salvaguardia della filiera") e ha spiegato che una delle prossime sfide della griffe riguarda l'approvvigionamento delle materie prime. "Cerchiamo - ha spiegato - di mappare i prodotti, in termini di materiali, affinché questi siano meno impattanti: un percorso che ci ha portato, per esempio, a eliminare il Pvc dalle collezioni". L'idea della maison è anche quella di lavorare in team con Ong, istituzioni ambientaliste e università per studiare nuove tecnologie.

 

La filosofia dell'azienda potrebbe quindi essere comunicata al cliente finale con una sorta di passaporto da allegare al prodotto (per ora sperimentato con una capsule di borse in cuoio prodotto da fornitori brasiliani, che non impattano sulla distruzione della foresta amazzonica). I consumatori, che in gran parte non conoscono nemmeno il concetto di sostenibilità ma che forse non restano indifferenti a tragedie come quella degli operai tessili in Bangladesh, potrebbero accettare di buon grado di pagare un "prezzo della sostenibilità", se questo fosse documentato dal produttore. Manifatture e retailer - come è emerso dal dibattito - potrebbero invece fare la loro parte se accettassero di sostituire a un "modello dei volumi" un "modello dei valori". Tuttavia, come hanno obiettato alcuni, la sostenibilità ha un costo e se un impresa è quotata, si riesce a convincere gli azionisti solo garantendo continuità nei profitti.

 

Di certo non si devono pretendere risultati immediati: il percorso della sostenibilità si realizza step by step, come ha testimoniato Giusy Bettoni, fondatrice della eco-piattaforma C.L.A.S.S., che sostiene e promuove prodotti eco-sensibili per moda, casa e design. Alcuni materiali ed eco-fashion brand nel portafoglio di C.L.A.S.S. (come Ventisettebi, nella foto), insieme a label in capo a Nice (Nordic Initiative Clean and Ethical, progetto focalizzato sulla moda green della Nordic Fashion Association, che include anche H&M e Merimekko) hanno sfilato a Palazzo Reale per testimoniare che la moda pulita ed etica può essere anche carica di appeal.

 

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