Haute Couture

La Versailles di Valentino, la fusion di Armani, i film di Gaultier

Si aprono, metaforicamente, i cancelli di Versailles per Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli di Valentino (nella foto). I sofisticati arabeschi ottenuti con budellini di tessuto, che decorano gli abiti, ricordano le cancellate in ferro battuto di una reggia.

 

Siamo a Parigi e perciò viene in mente la faraonica residenza di Luigi XIV, ma potrebbe essere benissimo anche Buckingham Palace ai tempi di Giorgio I. Volutamente essenziali le linee dei vestiti per dare maggior risalto alla maestria decorativa delle prime uscite. Poi si entra nel vivo della collezione (e della magione) e si passa agli stucchi preziosi, agli intarsi marmorei, alle incisioni lignee, replicati sugli chiffon e sulle sete pregiate dei dress lunghi, dalle gonne a corolla o a foulard. Poche concessioni cromatiche: alla lunga sequenza candida e rigorosa si alternano alcuni rossi e qualche nero, sul finire appaiono rare nuance cipriate.

 

Giorgio Armani con Privé ha mandato in passerella una fusion di stili e di tempi. A cominciare dal curioso copricapo indossato dalle modelle, che sembra un fez marocchino elegantemente tagliato a sbieco. E, sempre rimanendo in tema di Paesi africani e di Marocco, i fiammati dello stilista ricordano i decori dei tappeti etnici, ma anche alcune rilegature in marocchino rosso (un cuoio pregiato, usato per i libri più preziosi) degli anni ’20, e gli zig zag acuminati del futurista Fortunato Depero. Questi input artistici, declinati sul rosso lacca, sul nero e sul giallo ocra, sono accompagnati da collane/pettorali e da bustier fascianti, sostenuti da un cilindro nero e lucido. Scettro o bacchetta magica? Qualunque sia l’accessorio, messo anche alla cintura, il messaggio è chiaro: fata o regina, la donna di Armani si eleva al di sopra delle masse.

 

Da Jean Paul Gaultier ogni abito è un film a sé. A prima vista sembra che non ci sia coerenza fra le varie uscite, poi ci si accorge che il fil rouge sono l’amore per Hollywood e i chiari riferimenti cinematografici, con cui lo stilista omaggia le dive di celluloide. Oltre alla preziosa artigianalità esecutiva dei capi. Ecco perché possono convivere tranquillamente la rilettura dell’abito di Cher, disegnato da Bob Mackie, le gonne brasiliane di Carmen Miranda e le sovrapposizioni tex mex di Frida Kahlo, interpretata da Salma Hayek.

 

La Maison Martin Margiela verticalizza la silhouette, con abiti tunica, lunghi e scivolati, che ricordano i flapper anni ’20. Spennellature bianche scandiscono i delicati ricami in stile Tiffany, oppure si trasformano in nastri fluttuanti. Ai top impiumati si accompagnano gonne infiorate, mentre da un coprispalle, che sembra un trench, spunta un vestito tempestato di cristalli, applicati a mano. Il parossismo interpretativo raggiunge l’acme con i tubini essenziali, ricoperti di miriadi di lamelle di tessuto metallizzato.

 

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