brandy 2017

«La tecnologia è un lato della medaglia, l'altro è fatto di interazione»

Diverse tavole rotonde e testimonianze hanno animato Brandy nel pomeriggio di ieri, 18 ottobre, spaziando negli argomenti dalla formazione alla brand experience, fino alle influenze di tipo sociale ed estetico che portano i marchi di moda e arredo a puntare su un colore piuttosto che su un altro: una scelta che può avere inaspettate ripercussioni sul sell out.

 

Illuminante a questo proposito la testimonianza di Judith van Vliet di Color Marketing Group (consulente di nomi come L'Oréal e Nivea), che all'interno del panel Aethetics. Nuove storie a colori, realizzato da Brandy in collaborazione con Ifdm/Il Foglio del Mobile, ha spiegato come dietro la definizione del "colore dell'anno" ci sia un lavoro che si sviluppa su 12 mesi e che culmina in un brainstorming di cinque giorni tra gli esponenti delle varie sedi della società.

 

«Per esempio, nella fase attuale - ha detto Judith van der Vliet - come è noto un target sotto la lente sono i Millennials, i nuovi nomadi digitali, la cui vita è improntata al continuo cambiamento di prospettive, lavoro, casa e città. Tra i colori ispirati a questa generazione, non più influenzata nelle sue scelte da genitori e fratelli maggiori ma lei stessa trend setter, spicca una particolare tonalità di azzurro che ricorda le nuvole viste dall'aereo, insieme al fucsia che stempera nel viola, associato alle popolazioni non stanziali, e al grigio che per antonomasia identifica la metropoli».

 

Il colore, dunque, come sensore delle oscillazioni estetiche - e non solo - di una società liquida, per dirla con Zygmunt Bauman, in cui all'astrazione evocata da parole come "tecnologia", "digitale" e "virtuale" si contrappone il desiderio di interazione e valori da riscoprire.

 

Se Sergio Esposito di Skechers Usa ha illustrato come sia nel dna del brand comunicare con partner, dipendenti e consumatori in modo anticonvenzionale e coinvolgente, attraverso eventi e altri progetti a forte contenuto esperienziale, Marco Minghetti, autore del volume Intelligenza Collaborativa, ha preso in contropiede il pubblico del panel Educata Innovazione chiedendo cosa accomuni personaggi come Steve Wozniac («il vero fondatore di Apple»), Jeff Bezos di Amazon, Jimmy Wales (creatore di Wikipedia) e gli artefici di Google, Sergey Brin e Larry Page.

 

«Sicuramente il potere innovativo - ha affermato - ma c'è dell'altro, ossia che tutti hanno studiato in base al metodo Montessori, esportato negli Stati Uniti a inizio Novecento. Questo per dire che non tutto è appannaggio dello "scientific management", ma che l'"humanistic management" è attuale, così come la figura di Adriano Olivetti è stata determinante per elaborare il concetto di community».

 

Una community che si impadronisce, in senso metaforico, di aziende come Airbnb o la stessa Facebook: «La prima non possiede camere e la seconda non produce contenuti propri: entrambe sono piattaforme e ad alimentarle sono gli utenti».

 

Allo stesso modo, a far crescere una realtà come la Vibram Corporate University - centro di studio, ricerca e formazione che fa capo alla Vibram, realtà italiana produttrice di suole di gomma esplosa con il fenomeno delle calzature "Five Fingers" - non sono solo le risorse interne, ma le contaminazioni a livello globale.

 

«Con la Vibram Corporate University - ha spiegato Massimo Bruto Randone - abbiamo dato vita a un network di interazioni tra la nostra azienda, i protagonisti dell'universo sneaker, gli atenei e i centri di formazione mondiali e, non ultimi, i nuovi talenti di età fra i 20 e i 30 anni. Si è così attivato un circolo virtuoso, un acceleratore di idee, che si arricchisce continuamente di spunti: a breve andremo a Napoli a conoscere Giorgio Ventre della Developer Academy di Apple e siamo sicuri che ne scaturirà qualcosa di molto interessante» (nella foto, da sinistra, Massimo Bruto Randone e Marco Minghetti).

 

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