first fashion education market monitor summit

Santo Versace: «Nel '97 con la morte di Gianni svanì il progetto Gucci-Versace. Il mestiere? Non lo si impara sui libri»

Santo Versace, ospite speciale del First Fashion Education Market Monitor Summit dell'Istituto Marangoni insieme a Brunello Cucinelli, ha tracciato un excursus dagli anni Novanta - quando il successo stellare di Gianni Versace fu bruscamente interrotto dalla sua morte - ai giorni nostri, in cui tutto è cambiato ma vale sempre una regola: «Lavorare, lavorare, lavorare».

 

«In Italia - ha detto il presidente della Gianni Versace - esiste una cultura che è come un fiume carsico, appare e scompare ma c'è sempre. Quindi questo è il Paese al mondo per eccellenza in cui deve venire chi vuole studiare moda».

 

«Siamo diversi dalla Francia - ha aggiunto - che può contare su gruppi dalle radici storiche, antiche, mentre da noi i fenomeni del ready-to-wear e della couture sono esplosi in tempi relativamente più recenti».

 

Ma alla base c'è un dna unico e irripetibile, fatto di manualità, tradizione e "mani sapienti", come ha ribadito in un altro intervento Brunello Cucinelli. «Mia madre - ha ricordato Santo Versace - voleva fare il medico ma suo padre glielo impedì, perché la considerava una professione non da donne. Quindi ha avviato una sartoria e da lì è partito tutto».

 

Un'escalation impressionante, che avrebbe potuto sfociare in una fusione senza precedenti: «Nella primavera 1997 era tutto pronto per formare il gruppo Gucci-Versace, ma a luglio Gianni morì e non se ne fece più nulla».

 

L'heritage dello stilista comunque è rimasto e così anche la forza del made in Italy, che però ha bisogno di un ricambio generazionale: «Le scuole devono istituire borse di studio per permettere ai nuovi talenti di crescere, così come fanno le aziende. Ma i libri e la teoria non sono tutto. Ai giovani dico che bisogna lavorare, lavorare, lavorare. Anche manualmente, perché il lavoro delle mani dovrebbe essere retribuito anche di più di quello da scrivania. E, secondo me, uscire dalla scuola a 18 anni è tardi: i mestieri vanno imparati il prima possibile».

 

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