first fashion education market monitor summit

Aziende e scuole di moda: bisogna accorciare le distanze

Due panel, uno con gli esponenti del mondo industriale, dell'informazione e della consulenza, l'altro con i portavoce di alcune delle principali scuole di moda italiane, hanno animato il First Fashion Education Market Monitor Summit: il punto su cosa chiedono le aziende e sulle risposte fornite da chi si occupa di formazione.

 

Chiara Majoli (HR & Organization Director HQ di Ermenegildo Zegna), Luigi Castellani (presidente di Suitex International Management Consulting) e il nostro direttore e ceo Marc Sondermann sono stati i protagonisti di una delle due tavole rotonde di stamattina, 10 ottobre.

 

Il secondo panel ha visto, per la prima volta riuniti su uno stesso palcoscenico, gli esponenti di alcune fashion school italiane di spicco: insieme a Malcolm McInnes (group director of education dell'Istituto Marangoni), si sono seduti al tavolo dei relatori Sara Azzoni (direttrice di Ied Moda Milano), Alberto Bonisoli (direttore di Naba) e Andrea Lupo Lanzara (vice presidente dell'Accademia di Costume e Moda di Roma).

 

Partendo dal primo gruppo di discussione, i tre relatori hanno tracciato, ognuno dal suo punto di vista, un quadro di un mercato in forte trasformazione. Marc Sondermann ha puntualizzato come la moda negli anni Ottanta partisse dall'alto, da figure come Gianni Versace che erano icone irraggiungibili, «mentre oggi a dettare legge sono la strada e i social, veicoli di una interazione spontanea. Vince chi sa creare un circolo virtuoso basandosi sulle nuove regole: il caso Gucci è illuminante».

 

Chiara Majoli di Ermenegildo Zegna si è riallacciata a questo discorso, affermando che anche in azienda il vento è cambiato: «Chi si occupa di prodotto deve conoscere il mercato e ai vertici viene richiesta una leadership emozionale, perché lo storytelling è importante anche nei confronti del proprio team. Per non parlare del consumatore finale, con cui si deve creare una connessione profonda».

 

Luigi Castellani di Suitex International - realtà specializzata dal 1984 nella ricerca e selezione del personale, con un focus su moda e design - ha aggiunto che le aree in cui esistono le maggiori opportunità occupazionali sono lo sviluppo prodotto e la logistica, «perché le aziende producono e vendono ovunque».

 

«Con l'e-commerce - ha continuato Castellani - si sono moltiplicati anche i canali di vendita. Da non sottovalutare che quando si dice moda si intendono tanti settori, l'alto di gamma ma anche il fast fashion e il resto della filiera, al di là della confezione: dietro un bell'abito c'è sempre un bel tessuto».

 

Dalla tavola rotonda con gli esponenti delle scuole è emerso che «il saper fare è fondamentale - ha precisato Andrea Lupo Lanzara dell'Accademia di Costume e Moda - ma lo è anche creare sinergie e sistema con le imprese ed enti come Camera Moda e Pitti Immagine. L'obiettivo è valorizzare l'Italia».

 

«Sono d'accordo - ha detto Sara Azzone di Ied Moda Milano - e aggiungo che non dobbiamo essere solo noi ad andare nelle aziende ma è necessario anche che accada l'inverso. Non ha senso che ancora oggi i marchi cerchino creativi negli istituti stranieri e non a casa nostra».

 

Alberto Bonisoli di Naba ha ricordato che le fashion school italiane non hanno particolari sovvenzioni da parte dello Stato o di altri enti, di conseguenza vanno avanti perché gli studenti ci credono. «Siamo acceleratori di sviluppo delle competenze - ha affermato - anche perché i nostri docenti non sono in genere professori a tempo pieno ma lavorano in altre realtà. La sinergia con le aziende e i professionisti per noi è ossigeno».

 

L'ultima parola è spettata a Malcolm McInnes di Istituto Marangoni, che ha tirato le fila degli interventi precedenti, insistendo sul fatto che il made in Italy non crede ancora abbastanza nella formazione. Si può fare di più.

 

«In Gran Bretagna - ha fatto notare McInnes - esiste la Graduate Fashion Week, che non riceve solo aiuti dalle istituzioni ma anche da 27 aziende ed esiste da una ventina d'anni. I brand devono sostenere di più i giovani, a cui è richiesto oggi di dimostrarsi fluidi, aperti e poco pretenziosi, imparando il savoir faire italiano giorno per giorno».

 

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