first fashion education market monitor summit

Istituto Marangoni e Deloitte: «In Italia la fashion education cresce del 9% l'anno»

L'Istituto Marangoni si è fatto promotore stamattina, 10 ottobre, al Grattacielo Pirelli di Milano del First Fashion Education Market Monitor Summit, con interventi di imprenditori del calibro di Santo Versace e Brunello Cucinelli, giornalisti, esponenti delle scuole italiane e la moderazione di Maria Latella. Punto di partenza, una ricerca condotta con Deloitte, che rivela come in Italia il mercato della fashion education sia dinamico, con un valore di 75 milioni di euro e un tasso di crescita medio annuo del +9%. Ma si può fare ancora di più.

 

L'evento è stato realizzato con il patrocinio di Regione Lombardia e Camera Nazionale della Moda Italiana e con Fashion magazine come media partner. «È il primo nel suo genere - ha ricordato Roberto Riccio, group managing director dell'Istituto Marangoni - e vorremmo farlo diventare annuale, perché il tema formazione è più che mai alla ribalta ma va alimentato con il confronto e il dibattito».

 

Tommaso Nastasi (partner business adv., Deloitte Financial Advisory) ha illustrato gli esiti di uno studio che offre uno spaccato sia globale, sia focalizzato sul nostro Paese. Da notare che la collaborazione tra Deloitte e Istituto Marangoni non nasce oggi ma nel 2011: alla base delle considerazioni presentate stamattina c'è dunque un lungo lavoro di monitoraggio, finora oggetto di analisi interne.

 

Il primo dato interessante riguarda il mercato globale della fashion education, che vale 760 milioni di euro e si sviluppa principalmente in Europa e in Nord America, con l'Italia a quota 75 milioni.

 

«Si tratta di una realtà attualmente ancora molto frammentata - ha fatto notare Nastasi - ma che in seguito allo sviluppo e al consolidamento di gruppi internazionali del settore sta andando verso una maggiore concentrazione».

 

Il tasso di sviluppo medio è intorno al +6% (Cagr 2012-2016), trainato soprattutto dall'Asia Pacific e dall'Europa: va detto che l'Italia progredisce più della media, con un +9% (Cagr 2012-2016).

 

«Le scuole italiane - ha proseguito l'esperto di Deloitte - che su scala mondiale coprono una quota del 15%, hanno beneficiato negli ultimi anni di una notevole spinta all'internazionalizzazione e possono contare su una leadership, in termini di placement, nell'ambito del Fashion Styling, mentre per il Fashion Design devono competere con il Regno Unito e gli Usa. Le più forti sul fronte del Business Placement sono le francesi. Invece la Cina è per lo più orientata al fast fashion».

 

Tutto bene, dunque, ma chi si occupa di formazione, soprattutto nel nostro Paese, non deve abbassare la guardia su alcuni fattori chiave. Innanzitutto, sul fatto che le figure richieste oggi non solo le stesse ricercate nel passato, anche recente.

 

Nastasi ha ricordato come non abbia più senso un professionista focalizzato, per esempio, solo sullo stile: «È necessaria una visione di brand e di business, perché quello che emerge dalle testimonianze delle aziende monitorate è chiaro: chi si occupa di creatività deve avere quello che viene definito "business acumen", oltre a dotarsi di capacità tecniche avanzate come la conoscenza dei tessuti e, non ultimo, a possedere le cosiddette "soft skill", come la capacità di lavorare in team».

 

Alla voce business, il 65% degli intervistati nella fashion industry sente il bisogno di collaboratori con un'approfondita conoscenza del prodotto e della catena produttiva, unita a una cultura della moda.

 

Il 40% ricerca capacità analitiche avanzate, un altro 40% una comprensione delle leve strategiche del modello omnichannel e il 30% skill nel campo digitale e della comunicazione.

 

Un dato che salta agli occhi è la risposta alla domanda: «Consiglieresti di studiare in una fashion school?». Il 40% risponde di sì e un 35% non si pronuncia: c'è ancora uno zoccolo duro del 25% che si limita a un secco no.

 

Per ridurre questa percentuale, ancora elevata, i responsabili delle scuole di moda devono rimboccarsi le maniche e accorciare ulteriormente le distanze fra la teoria e la pratica, inculcando negli allievi più nozioni tecniche e operative, in modo da forgiare figure ibride, non incasellate nella semplice creatività o nel puro business.

 

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