haute couture

Dior: niente rivoluzioni stavolta per Chiuri, il leitmotiv è il sogno

Quasi in contemporanea con le manifestazioni delle donne anti-Trump in cui ricorreva lo slogan "We should all be feminists", uno dei leitmotiv della prima sfilata di Maria Grazia Chiuri al timone stilistico di Dior, per l'haute couture la stilista ha virato su una femminilità eterea, delicata e misteriosa.

 

Niente intenti "rivoluzionari" stavolta per la designer, che come lei stessa ha dichiarato a margine dello show ha voluto lavorare nel rispetto dei codici della maison e dello spirito del suo fondatore.

 

Lontana anni luce dalle provocazioni di John Galliano e dal concettualismo di Raf Simons, ha condotto il pubblico (ad altissimo tasso di vip, da Kirsten Dunst a Chiara Mastroianni e Marisa Berenson) in un sognante girovagare all'interno del labirinto con piante di bosso allestito al Musée Rodin.

 

L'incipit è all'insegna del nero, con modelle il cui sguardo è velato da maschere in pizzo. Poi l'orizzonte cromatico si schiarisce e stempera nel cipria, nel bianco, nel beige illuminato da ricami, applicazioni di fiori e farfalle, paillette.

 

L'attenzione non può non essere catturata dai copricapi: importanti, nostalgici, romantici, con trionfi di fiori e piume di struzzo. Un leitmotiv sono i cappucci, che arrivano a reinventare un classico, la giacca Bar del 1947, e che rimandano alle illustrazioni d'antan delle favole.

 

In questa collezione Chiuri unisce il proprio dna, legato ai valori dell'artigianalità, con quello della maison e di Monsieur Dior, «di cui sto studiando la vita, la storia e le ispirazioni, scoprendo di continuo angoli sconosciuti».

 

Una nota di colore: a indossare la famosa maglietta "We should all be feminists" al fashion show è stata l'onnipresente Chiara Ferragni, come sempre presa di mira dai fotografi.

 

 

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