MILANO MODA DONNA

Gucci: le "mani sapienti" si prendono la scena

Preceduto da un invito non cartaceo ma vocale - un messaggio WhatsApp di Alessandro Michele in persona -, quindi 100% sostenibile, lo show di Gucci nell'hub di via Mecenate è stato una rappresentazione, più che una sfilata.

Non che in passato questo non sia mai successo, anzi. Ma stavolta, oltre al forte impatto scenico e al messaggio controcorrente trasmesso con gli abiti, per la prima volta il dietro le quinte guadagna il centro della scena.

Il backstage diventa front row già dall'inizio, quando il pubblico si trova ad assistere in diretta alle sessioni di trucco e parrucco, proseguendo con lo spettacolo vero e proprio: la scenografia è una pedana girevole, un simbolico carillon dominato da un metronomo luminoso, che racchiude il microcosmo di sarti, parrucchieri e altri addetti ai lavori, intenti a dare gli ultimi ritocchi ai modelli che, poco alla volta, vanno a formare un variopinto tableau vivant.

Tutto è giocato sul contrasto tra i loro abiti e quelli di chi in genere sta lontano dai riflettori, mentre incessanti scorrono le note del Bolero di Ravel. Da un lato ci sono le sovrapposizioni, le ruche, le lunghe gonne a strati stile Ottocento, i velluti, gli jabot, la gonna a pieghe trasformata in nuovo oggetto del desiderio, i sandali bébé ma con una robusta platform e le scarpe da barca reinventate "alla Gucci", i grandi cappelli, i contrasti fra tartan e pizzi, in sintesi il mondo fantastico e ammaliante di Alessandro Michele; dall'altro i completi grigi e i grembiuli bianchi delle maestranze, apparentemente in secondo piano ma alle quali spetta il finale dello show, l'ultima parola.

«Ho sempre pensato alla sfilata come a un accadimento magico, capace di sprigionare incantesimi - ha scritto a mano su un foglio Michele, pubblicando su Instagram le sue riflessioni a proposito di quello che definisce Un rito che non ammette repliche -. Un'azione liturgica che sospende l'ordinario, caricandolo di un sovrappiù di intensità. Una processione di epifanie e pensieri dilatati, che si accomodano in una diversa partizione del sensibile».

In questa «festa che si nutre di attesa», accompagnata dall'hashtag #GucciTheRitual, c'è però qualcosa che solitamente rimane sepolto ed è, nelle immaginifiche parole di Alessandro Michele, «lo sforzo del partoriente che accompagna il tremore della creazione; il ventre materno in cui la poesia, da forma a forma, fiorisce. Ho deciso quindi di alzare un velo su ciò che ama nascondersi. Che esca dall'ombra quel miracolare di mani sapienti e di respiri trattenuti. Che si faccia visibile quell'intelligenza collettiva che cura la gestazione. Che si costruisca un trono per quell'alveare scalcagnato e un po' folle che ho scelto come casa. Perché quella è la casa che venero!». 

Un'altra voce scandisce l'evento al Gucci Hub ed è quella, inconfondibile, di Federico Fellini. È lui ad aprire e chiudere la rappresentazione con le sue osservazioni fuori campo, che riportano ancora una volta al concetto di una ritualità ipnotica e quasi religiosa, legata nel suo caso all'andare al cinema: l'attesa, il biglietto da comprare, la tenda che si apre rivelando lo schermo e le luci che si affievoliscono per poi spegnersi del tutto, finché comincia «la rivelazione».

Ma anche in questo caso c'è l'altra faccia della medaglia, senza la quale il rito non potrebbe compiersi: «Una macchina da presa, degli amici intorno disposti ad aiutarmi, una troupe, una troupe straordinaria. Una troupe proprio di "circensi". Di quelli che mentre montano il circo fanno spettacolo, ugualmente lo fanno mentre lo smontano e già stanno partendo e anche la partenza diventa spettacolo».

Evidente il parallelismo con la moda e con il messaggio lanciato da Alessandro Michele, al centro di un sistema in cui tutti gli ingranaggi non devono perdere colpi, come fa il metronomo, ma dove tuttavia non possono mancare una flessibilità e una capacità di improvvisazione "circensi". Guardate oltre e intorno a me, sembra affermare il direttore creativo di Gucci, per cogliere fino in fondo «il varco benedetto attraverso cui la bellezza esce dal guscio».

MILANO WOMEN FW 20-21: GUCCI



a.b.
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