New York fashion week

Peter Do debutta nel menswear

Dopo tre anni di produzione di abbigliamento femminile, di cui portate avanti nel pieno della pandemia, lo stilista vietnamita Peter Do conosciuto per i suoi abiti dal taglio sartoriale, amato da Zendaya e Beyoncè, ha aggiunto un nuovo tassello al suo brand, fondato insieme a quattro amici conosciuti online: la collezione uomo.

 

Non capita tutti i giorni di vedere idoli del K-pop diventare modelli sulla passerella, ma qualcosa del genere è accaduto ieri per la sfilata di Peter Do che ha aperto lo show con Jeno, del gruppo NCT che ha 3,4 milioni di follower su Instagram, indossando una giacca doppiopetto  con revers in raso, allacciata con un solo bottone sopra una camicia bianca, entrambe con un ampio taglio a triangolo che lascia trasparire la schiena, grazie ad un minuscolo fiocco, sopra un paio di pantaloni full satin con cuciture laterali aperti che si assottigliano la caviglia sopra degli stivali alti con platform.

 

Oltre a Jeno, nello show sono apparse SM Entertainmente Rookies Euseok e Shohei, come modelle, mentre il gruppo femminile dei Red Velvet Seulgi era seduto come ospite speciale, in prima fila.

 

Peter Do (che si pronuncia come “dough’) è uno di quei marchi del lusso che ha ribaltato l’immagine severa della moda del lusso, mescolando una semplicità tanto apparente, quanto sorprendente, a una visione raffinata e pulita, ma soprattutto riconoscibile, per la sua personalità.

 

Già dalle prime collezioni dedicati al womenwear la sua passione per le linee geometriche, i drappeggi fluenti, e per il plissé avevano portato l’attenzione di numerosi buyer, che ritrovavano codici di moda di Helmut Lang, di Hermès disegnata da Martin Margiela, e di Celine disegnata da Phoebe Philo, mentore di Do, dato che si è formato nell’atelier della designer inglese.

 

Questa sua visione è stata accolta dal pubblico come avulsa dalla separazione di genere e che infine ha portato il designer ad ampliare la propria offerta, con una linea uomo.

60 look per lui e per lei sono saliti in passarella, avendo come comun denominatore la decostruzione sotto-forma di abiti aperti sull’orlo, per rilevare i loro meccanismi sartoriali interni, come punti di sutura ton sur ton sulle cuciture, e la versatilità della modellistica gender fluid.

 

L’accessorio della cintura diventa molto importante su questa collezione perché forma quasi una regola: adagiata sui fianchi determina una silhouette di un abito, attaccata alle gonne a pieghe creano una sorta di soffietto, quasi come se fosse una tenda scorrevole.

Le camicie possono essere dritte, abbottonate dal colletto all’orlo, oppure possono essere indossate avvolte intorno alla vita.

 

Altra novità importante come gesto rivoluzionario, ma quanto mai attuale, è introdurre il tema della sostenibilità attraverso due capi: una canotta e pantalone, che sembravano di pelle verniciata, ma che non altro, erano un prodotto di scarto alimentare, gusci di gamberetti.

In una certa misura Peter Do racconta qualcosa della nostra società e del tempo che stiamo vivendo, e come dicono le note dello show, ci vuole far riflettere sulla dilatazione del tempo dovuta dalle emozioni, quasi come un nesso biografico e filosofico ispirato alla dolorosa morte del padre del designer, e quello di scoprire una moda, come una forma di divertimento in continua evoluzione, e non essere mai noiosa.

a.c.
stats