sostenibilità

Greenpeace contro il Black Friday: «La moda usa e getta costa troppo al pianeta»

Greenpeace paladino del "Buy Nothing Day". Una ricerca di Greenpeace Germania, divulgata alla vigilia del Black Friday, mostra come il business dell'abbigliamento low cost e usa e getta sia dannoso per l'ambiente. Giuseppe Ungherese: «Le aziende devono ripensare il loro modello produttivo».

 

Tutto è pronto per il Black Friday (domani, 25 novembre), la giornata che negli Stati Uniti segna l'inizio dello shopping natalizio e che si sta affermando anche in Italia come momento da sfruttare per accaparrarsi prodotti a prezzi scontati (per i consumatori) e fare grandi volumi di vendita (per i brand).

 

Una corsa generale all'acquisto che secondo l'associazione ambientalista nuoce al nostro habitat: «Difficile resistere alla tentazione di un buon affare - afferma Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace - ma l'offerta di prodotti a basso costo fa sì che consumiamo e produciamo rifiuti a un ritmo più elevato di quello che il nostro pianeta può sostenere».

 

In risposta al Black Friday, Greenpeace aderisce al "Buy Nothing Day" (Giornata del Non Acquisto), manifestazione nata per promuovere un consumo critico, ecosostenibile e rispettoso nei confronti dei popoli meno fortunati. Per ricordare quanto spesso gli acquisti d'impulso finiscano in discarica, domani "trash queen" vestite con abiti frutto del riciclo di indumenti dismessi sfileranno in tre città asiatiche ed europee.

 

Schierato senza compromessi per l'ambiente, Greenpeace non si limita a far appello alla sensibilità eco-friendly di ciascuno, ma porta cifre significative sugli effetti di un consumismo smodato, che privilegia la quantità a scapito della qualità: «Rispetto a 15 anni fa - si legge nella ricerca - una persona acquista in media il 60% in più di prodotti di abbigliamento ogni anno e la loro durata media si è dimezzata, causando montagne di rifiuti tessili».

 

Stesso trend per la produzione di vestiti, che «è raddoppiata dal 2000 al 2014, con vendite che sono passate da un miliardo di dollari nel 2001 a 1,8 miliardi nel 2015» e che sono destinate a crescere ancora, stimate a «2,1 miliardi di dollari nel 2015».

 

L'impatto ambientale deriva da vari fattori, quali le sostanze chimiche usate dall'industria tessile, che inquinano fiumi e oceani, e le elevate quantità di pesticidi impiegati nelle piantagioni di cotone, che contaminano le terre agricole e le sottraggono alla produzione di alimenti. Il poliestere, in particolare, emette quasi tre volte più CO2 nel suo ciclo di vita rispetto al cotone. Presente già per il 60% nell'abbigliamento, questo materiale può impiegare decenni a degradarsi e contaminare l'ambiente marino sotto forma di microfibre di plastica.

 

Le soluzioni? «Le aziende di abbigliamento devono ripensare questo modello di consumo usa e getta - dice Ungherese - e produrre capi che durino più a lungo e che siano riparabili e riutilizzabili».

 

Ma il monito va oltre: «Prima di effettuare il prossimo acquisto - conclude - come consumatori dovremmo chiederci: ne ho realmente bisogno?».

 

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